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19 novembre 2017

Una piccola panoramica sull’Ucraina


Un gruppo d’indagine belga, che che opera per analizzare tutte le aree di crisi del mondo, nei mesi di aprile e maggio si è cimentato in Ucraina, ha soggiornato e percorso tutti i 500 chilometri lungo la linea di confine tra i separatisti e le forze regolari ucraine riportando molti punti d’analisi utili sia per la comunità internazionale che l’Ucraina e la Russia.

“La linea di 500 chilometri di separazione tra i distretti separatisti supportati dai russi delle regioni di Donetsk e Lugansk e il resto dell’Ucraina non è adatta allo scopo. Il cessate il fuoco negoziato nel febbraio 2015 a Minsk, viene violato quotidianamente e pesantemente. Decine di migliaia di soldati bene armati s’affrontano nelle aree civili densamente popolate. I lati opposti sono così vicini che le armi della fanteria possono provocare rilevanti danni, per non parlare delle armi pesanti che i separatisti regolarmente usano. Questo presenta grandissimi rischi per i civili, che ancora vivono nella zona – circa 100.000 nella sola parte ucraina, secondo una stima non ufficiale – spesso accanto alle truppe che si sono appropriate delle case libere, ma ciò aumenta anche il rischio di un’escalation. Kiev, Mosca e i separatisti hanno tutti la responsabilità per la sicurezza e il benessere dei civili che vivono lungo la linea del fronte”.

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“Allo stesso modo, gli alleati europei di Kiev, Washington e Mosca hanno tutti un ruolo cruciale da svolgere per affrontare la situazione generale: dovrebbero insistere sul fatto che entrambe le parti devono ritirare le loro armi pesanti, come richiede l’armistizio di Minsk; dovrebbero anche premere sui rispettivi alleati – il governo ucraino da un lato, e le sedicenti repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk (DNR e LNR) dall’altra – per far separare le truppe dai civili e di ampliare sostanzialmente la linea di separazione – il ruolo russo sotto questo aspetto è di vitale importanza, e, anche se Mosca insiste che non è parte del conflitto, tutti sappiamo che è stato il suo intervento militare nei primi mesi del 2014 che ha innescato la crisi; la Russia ha fatto due importanti incursioni dirette con le sue forze armate nel 2014 e nel 2015; la Russia oggi è l’unica fonte di militari, economica e d’assistenza alle due entità separatiste. Dato il ruolo continuo russo nel conflitto, le sanzioni internazionali devono essere mantenute”.
“Non c’è dubbio – continua la relazione del gruppo – che il bilancio delle vittime è significativamente più alto rispetto a quello che ambedue i lati ammettono: la lotta, che si svolge ogni giorno lungo gran parte della linea di contatto, non viene quasi mai dichiarata. Entrambe le parti spesso usano obici, mortai pesanti e i sistemi a razzo, che parcheggiano minacciosamente nelle grandi aree urbane diventando obiettivo per l’altra artiglieria. L’accordo Minsk che prevede il ritiro delle armi pesanti viene violato quotidianamente”.

“Entrambe le parti dovrebbero adottare misure urgenti per affrontare la sicurezza e la crisi umanitaria, tra cui la salute e i bisogni dei civili bloccati lungo la linea del fronte. Le truppe e gli equipaggiamenti militari dovrebbero essere spostati fuori dagli edifici civili e dagli insediamenti. Sarebbe utile che l’OSCE, l’Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR) e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) identificassero specificamente quei luoghi in cui si mescolano civili e militari. L’Ucraina ha urgente bisogno d’affrontare le conseguenze umanitarie del conflitto, compresi i chiari segni di disagio psichiatrico presenti nei villaggi di prima linea; se Kiev per svariati motivi non riuscisse a provvedere, dovrebbe essere aiutata da qualche organizzazione internazionale. Il governo ucraino dovrebbe ordinare agli amministratori civili locali, molti dei quali in prima linea hanno abbandonato i loro posti, di tornare al lavoro o almeno d’essere in contatto con la popolazione interessata”.

“La crisi umanitaria in prima linea è anche politica: nei sondaggi l’appoggio al presidente Poroshenko a oriente e nelle aree attorno a Kiev è diminuito in modo sostanziale. Una ragione spesso citata è che c’è il senso che la leadership del Paese non sia interessata all’est. L’Ucraina, la cui sovranità sui territori occupati è riconosciuta a livello internazionale, ha bisogno di prendere l’iniziativa e affrontare questi problemi. Questo non sarebbe un segno di debolezza, come alcuni sostengono e/o affermano che implichi un uguale senso di colpa con Mosca; ma al contrario, sarebbe la prova che Kiev agisce come un membro legittimo e responsabile della comunità internazionale e che si preoccupa del benessere di tutti i suoi cittadini”.
“Le zone controllate dal governo nelle due regioni sono anche la roccaforte di uno dei principali partiti d’opposizione ucraino, il Blocco Opposizione, il quale, ampiamente descritto come filo-russo e finanziato dagli oligarchi, in molti sondaggi a livello nazionale è avanti o testa a testa con il partito del presidente. Il non aiuto ai cittadini nelle zone dell’est, quindi, per la leadership di Kiev potrebbe avere un costo politico e alimenta il conflitto rafforzando i sentimenti anti-governativi in Lugansk e Donetsk”.

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La conferenza riassuntiva dei viaggi lungo tutta la linea di separazione dei due lati in conflitto, avvenuta il 17 luglio 2016 a Kiev, si è concentrata sulla mescolanza dei civili e militari nelle zone di prima linea; ha analizzato anche i punti di vista e le prospettive degli ufficiali militari ucraini di stanza lungo la linea del fronte. Gli ufficiali sono più giovani e più sicuri di quelli di due anni fa; ma la loro opinione è stata pungentemente critica contro la leadership politica e militare del paese, tra cui il presidente Petro Poroshenko. Il presidente e gli altri alti dirigenti farebbero bene a prestare maggiore attenzione allo stato d’animo che, in sostanza, rappresenta la prossima generazione di comandanti militari ucraini. Tutti i funzionari intervistati hanno descritto il processo di Minsk come morto e hanno fortemente sostenuto l’idea, lanciata da alcuni leader politici, di chiudere nel prossimo futuro senza mezzi termini le enclave separatiste, con una politica di controllo su tutta la zona da parte della comunità internazionale.

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