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18 novembre 2017

Difficile dire la verità?


Il presidente russo Vladimir Putin sta cambiando la sua versione sullo scandalo doping che ha travolto gli atleti olimpici e paralimpici russi. Le prove di colpevolezza contro lo stato russo riportano che l’uso di sostanze dopanti è un sistema sponsorizzato dallo Stato, ora Putin invece, appare sempre meno disposto a cooperare con le organizzazioni sportive internazionali e sempre più incline a lamentarsi di cospirazioni politiche contro il suo paese.

Attualmente il problema non è più solo legato alla partecipazione degli atleti russi alle Olimpiadi di Rio; ma è principalmente legato al fatto che lo Stato di Putin viene etichettato come criminale. La reazione di Putin in queste circostanze – come quando è stato abbattuto due anni fa l’aereo di linea della Malesia in Ucraina orientale, dove la Russia e le sue deleghe sono fortemente implicate – è negare, negare, negare e ancora negare.
Non più tardi di marzo, un Putin irritato ha attaccato i suoi funzionari di governo, compreso il ministro dello sport Vitaly Mutko, affermando che non c’era “alcun bisogno di politicizzare nulla o spingere qualsiasi teoria di cospirazione”. (approfondimento).

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Il suo messaggio era che la Russia avrebbe vinto equamente e avrebbe tenuto conto degli imbroglioni; ma martedì, quando il Comitato Olimpico Internazionale ha pesato le risposte sull’ultimo schiacciante rapporto dell’Agenzia mondiale antidoping (WADA), Putin ha iniziato a politicizzare le cose e a spingere le teorie del complotto. In una dichiarazione sul suo sito ufficiale ha paragonato le accuse di doping al boicottaggio occidentale delle Olimpiadi di Mosca del 1980:
Ora stiamo notando una pericolosa ripetizione d’interferenza politica nello sport. Sì, le modalità sono cambiate, ma l’idea è la stessa: rendere lo sport uno strumento di pressione geopolitica, per formare un’immagine negativa dei paesi e dei popoli”.

Nella dichiarazione, Putin ha fatto riferimento ad una lettera scritta dalla Anti-Doping Agency (Usada) degli Stati Uniti, nella persona dell’amministratore delegato Travis Tygart, al CIO, nella quale secondo Putin, i termini usati nella relazione nella quale si escludono gli atleti russi dai Giochi di Rio, fanno apparire un ben strutturato progetto contro la Russia. Putin ha suggerito che i funzionari Usada avessero visto il rapporto WADA prima della sua pubblicazione o anche ne avessero “determinato il suo tono e il contenuto”. In tal caso, ha proseguito, la dichiarazione ha “una struttura nazionale di uno Stato che sta dettando la sua volontà a tutta la comunità sportiva mondiale”.

Putin ha una ragione per fare quello che specificamente aveva ordinato ai suoi subalterni di evitare solo pochi mesi fa: il rapporto WADA, scritto dall’avvocato canadese Richard McLaren, stabilisce per la prima volta che il sistema di doping nello sport russo era statale. Il laboratorio del doping di Mosca, secondo il rapporto, trasmetteva regolarmente i risultati degli atleti russi e stranieri al Ministero dello sport e specificatamente affermava di “salvare” o di mettere in “quarantena” i campioni di urina che contenevano tracce di sostanze proibite. “Salvare” significava segnalazione di un risultato negativo su un test positivo; “quarantena” significava osservare la procedura standard – un codice che di solito si applica solo agli stranieri o ai meno promettenti atleti russi che ci si aspettava che non potessero vincere medaglie. (approfondimento).

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Secondo il rapporto, le provette contenenti campioni di urina con steroidi venivano consegnate a un agente della polizia segreta, il quale aveva la possibilità di aprirle, cambiare le urine con una qualsiasi altra persona del laboratorio e poi richiuderle. Alle Olimpiadi Invernali di Sochi del 2014, i tecnici di laboratorio facevano passare i campioni attraverso un “buco da topo” in una stanza adiacente e da lì ritornavano “puliti” – questo però, solo per gli atleti che erano parte di uno “speciale programma” russo. La Russia alle Olimpiadi di Sochi ha vinto il maggior numero di medaglie e nemmeno uno dei suoi atleti è stato squalificato per doping.
La WADA è arrivata alla scoperta della “truffa statale” grazie alle confessioni del dottor Grigory Rodchenkov, l’ex capo del laboratorio di doping di Mosca che ora è negli Stati Uniti.

Putin, nella sua dichiarazione, cerca di screditare la testimonianza, asserendo che Rodchenkov era stato indagato nel 2012 per aver violato una legge russa sul doping, e che ora le indagini e il procedimento contro l’imputato fossero ripresi. Putin implicita che Rodchenkov è una persona inaffidabile e che la WADA non avrebbe dovuto basarsi “esclusivamente sulla testimonianza di persone di questo tipo”.
La tattica di oggi è uguale a quella utilizzata dopo l’abbattimento del volo MH17 in Ucraina, dove la Russia ha inondato il mondo dei media, Internet e televisivo di prove su prove – taroccate – per dimostrare il non coinvolgimento russo. Il rapporto McLaren descrive in modo molto dettagliato come tutte le affermazioni di Rodchenkov fossero state controllate, utilizzando i campioni che erano stati inviati da Mosca, da un laboratorio di test indipendenti in Svizzera. Un esperto indipendente svizzero ha confermato che le bottiglie erano state aperte e richiuse e che il DNA contenuto nei campioni non corrispondesse a quello dell’atleta russo di riferimento. Le prove McLaren sono state fatte in modo completo, serio e coinvolgente.

Le smentite non sono destinate ad attaccare le prove, e come con l’aereo di linea, sono solo un cerimoniale. Putin non può ammettere che il sistema di doping fa parte integrante del suo governo e che la polizia segreta, dove lui ha trascorso gran parte della sua carriera, è coinvolta. Tale ammissione equivarrebbe ad ammettere una truffa patologica sponsorizzata dallo stato.

Equivarrebbe a concordare con Elena Panfilova, che gestisce la parte russa di Transparency International sulla corruzione, che ha scritto su Facebook:
In un paese dove il business di piccole e medie imprese, lo stato di diritto e dei diritti umani sono stati spazzati sotto il tappeto, ogni cosa cade a lungo termine sul doping: regioni e città sono drogate con le sovvenzioni, le arti e le scienze con dispense finanziarie dei ministeri, gli affari con il pesante farmaco d’accesso regolamentato dai contratti statali”.
Putin non ammette che ci possa essere uno stato di “drogati”, i russi hanno sempre amato i loro eroi sportivi. L’uomo che ama farsi ritrarre a torso nudo a cavallo, che si esibisce in una mossa di judo, che ha la sua auto-immagine di leader globale che con coraggio resiste all’imperialismo degli Stati Uniti, che rappresenta la Russia come un grande paese che soffre le ingiustizie occidentali, che è il capo di una Russia che ha la missione di salvare il mondo corrotto; non può essere il capo da una banda di ladri che passano boccette di urina attraverso un “un buco di un topo”.

Questo è ben più importante dell’impossibilità che gli atleti russi possano competere a Rio – che il CIO martedì ha riconfermato – lasciando la questione alle federazioni internazionali che gestiscono direttamente gli specifici eventi sportivi. I russi probabilmente prenderanno parte ai giochi – ma lo faranno sotto una pesante nuvola di sospetto, perché Putin non ammetterà mai che il suo sistema è marcio.

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