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19 novembre 2017

Trump e i legami russi


Nessuno di coloro che hanno visto l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich risuscitare dalla morte politica, potrà mai cancellare Paul Manafort. Il consulente americano, che ora dirige la campagna presidenziale di Donald Trump, ha contribuito alla rinascita di Yanukovich. Il loro collegamento si è tradotto per Yanukovich in alcuni bizzarri rapporti, per Manafort in tinteggiature ombreggiate.

Nel 2005, l’oligarca ucraino Rinat Akhmetov ha convocato Manafort a Kiev. Ahmetov era salutato a Donetsk, territorio filo russo a est del paese, come il magnate dell’industria pesante, ma Ahmetov aveva motivo d’avere panico. La migliore speranza politica della sua regione, e, più precisamente, i propri interessi commerciali, erano in mano ad un politico burbero chiamato Victor Yanukovich. Da giovane Yanukovich ha trascorso tre anni in prigione per rapina e aggressione, dopo il suo rilascio, è stato nuovamente arrestato per aggressione, ma niente dei suoi passati “errori giovanili”, una volta incaricato il KGB di “pulire” il suo pregresso, gli ha impedito l’ascesa ai ranghi politici. Nel 2002, Yanukovich ha avuto una breve esperienza come primo ministro in uno sclerotico governo filo-russo impantanato in scandali di corruzione.

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Quando Ahmetov ha convocato Manafort nel 2005, il suo candidato aveva appena subito una sconfitta schiacciante: Yanukovich aveva corso per la presidenza dell’Ucraina con una campagna che ha visto frode dilagante e l’avvelenamento con la diossina del suo avversario. La sua corsa si è conclusa con proteste di massa contro di lui e i suoi rozzi tentativi di rovesciare la volontà del popolo. Le proteste, la rivoluzione arancione, sono state uno scoppio d’ottimismo che vedevano nell’Ucraina un superamento del suo passato e l’inizio di un percorso democratico in stile europeo. Esse hanno distrutto la carriera di Yanukovich.

Yanukovich sembrava un caso senza speranza. “Un picchiatore cleptocratico, un maiale che anche con il rossetto sarebbe sempre rimasto tale – come lo ha descritto un consulente americano. Eppure Manafort ha visto la speranza, come pure un bel stipendio. Nonostante lo stile sovietico di Yanukovich, Manafort lo considerava argilla politica che poteva essere modellata. Manafort gli insegnato alcune semplici lezioni che hanno contribuito a togliere molta sabbia dai bordi: gli ha mostrato come salutare la folla, piuttosto che tenere le braccia bloccate lungo i fianchi; gli ha insegnato a non gesticolare, come pure a dimostrare un minimo d’empatia quando ascoltava le storie degli elettori. “Sento il vostro dolore – sosteneva spesso Yanukovich nei suoi comizi.
L’immagine lucidata nasce dai sondaggi condotti da un team di sondaggisti portati a Kiev da Manafort: ha scoperto che la speranza della rivoluzione arancione si era coagulata per la frustrazione dell’incompetenza del governo. Così Manafort ha realizzato una nuova immagine di Yanukovych-uomo d’affari, non simpatico ma persistente, che si ergeva come un antidoto pragmatico agli sfortunati rivoluzionari arancione. La gente pensava che quando Yanukovich era primo ministro, “ci fosse un certo ordine nelle cose – sostiene Brian Mefford, un consulente ucraino – Questo è il sentimento su cui hanno giocato”.

Allo stesso tempo, Manafort ha capito come accentuare le divisioni nell’elettorato ucraino. Egli aveva supervisionato la strategia di Reagan nel sud degli States, da dove ha intuito la forza della polarizzazione culturale. I suoi sondaggi hanno mostrato che Yanukovich avrebbe potuto consolidare la sua base alimentando i rancori sommersi e, anche se c’era poca o nessuna evidenza da parte dello Stato ucraino di maltrattamenti contro coloro che usavano la lingua russa, ha incoraggiato il suo candidato a rendere gli immaginari abusi una questione. Allo stesso fine, ha incaricato Yanukovich ad infierire contro la NATO, e di fatto ha condannato le operazioni congiunte che l’alleanza stava conducendo in Crimea.
La campagna di Yanukovich è stata violentemente anti-occidentale, anti-NATO e filo-russa.

Ma come si collegano Manfort, Trump e Putin?
La trama segreta per controllare l’America dall’estero, è un vecchio tema della cultura pop americana: “The Manchurian Candidate”, un film realizzato nel 1962, che ha immaginato che uno schema cinese progettasse un colpo di stato; gli appassionati di thriller paranoici possono ricordare anche “Lucky Bastard”, un romanzo di Charles McCarry del 1998, che è caratterizzato da un presidente americano controllato da un ufficiale sovietico.
Ma ora nel 2016, la verità è più strana della finzione: finalmente abbiamo un candidato alla presidenza americana, Donald Trump, che ha collegamenti diretti e indiretti con un dittatore straniero, Vladimir Putin, di cui promuove anche le sue politiche. E non c’è nessun segreto, non c’è una trama, non c’è cospirazione. Nessuno è stato ipnotizzato o reclutato dai servizi segreti stranieri; proprio come Marine Le Pen, la leader del Fronte nazionale francese che accetta apertamente il denaro russo, la campagna Trump pubblicizza i suoi legami russi, e per questo non sta pagando nessun concreto prezzo politico.

L’estensione del rapporto commerciale Trump-Russia è già allestito: Trump ha fatto molte incursioni nel mondo post-sovietico, ha investito con gli oligarchi in Russia e in Azerbaigian, ha messo in scena un concorso di Miss Universo a Mosca, adesca e getta l’amo per attirare il denaro russo nei suoi progetti in Nord America. Egli è anche circondato da persone i cui legami sono impastati con il profondo mondo corrotto del business russo che normalmente vengono squalificati dalla politica degli Stati Uniti. In politica estera è aiutato da Carter Page, che ha collegamenti di lunga data con società russe, tra cui Gazprom, e che ha sostenuto l’invasione russa dell’Ucraina. Manafort, come responsabile della campagna di Viktor Yanukovich ha avuto tutto il tempo per assorbire le tattiche di disinformazione del Cremlino, e ora le sta mettendo a frutto: i teppisti nel corso delle riunioni, l’appello alle emozioni estreme – le madri in lutto alla Convenzione – e, naturalmente, i falsi siti web e troll.

La Russia chiaramente partecipa alla campagna di Trump. Il furto di materiale di poche settimane fa al Comitato Nazionale Democratico è un lavoro fatto dagli hacker russi; i media di stato russi e i social media, insieme a una serie infinita di falsi siti web e account Twitter di origini russe, sostengono attivamente Trump e contribuiscono ad alcune isterie di Internet. Non dico che tutto questo sia decisivo; ma qualunque risorsa che Putin ha scommesso su Trump, sta dando buoni risultati.
Infatti, anche se Trump non diventasse presidente, la sua candidatura ha già raggiunto due importanti obiettivi di politica estera russa: indebolire l’influenza morale degli Stati Uniti, minandone la reputazione di democrazia stabile, e distruggere il suo potere frammentando i suoi rapporti con gli alleati. Verso questi fini, Trump ha iniziato a ripetere argomenti identici a quelli usati dalla televisione di stato russa.

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Si va dai dubbi sulla sovranità dell’Ucraina – all’inizio di questa settimana, la squadra di Trump ha contribuito a modificare la piattaforma del partito repubblicano per rimuovere il supporto all’Ucraina – a dubbi verso gli Stati Uniti e la loro leadership nel mondo democratico. Gli Stati Uniti hanno già un proprio “pasticcio” di cui preoccuparsi, ha riferito Trump al New York Times: “non dovrebbero lottare per la democrazia all’estero”. Nella stessa intervista, ha anche messo in dubbio la base fondamentale della stabilità transatlantica della NATO: la garanzia dell’articolo 5.
È difficile spiegare quanto possano essere notevoli le parole di Trump per gli europei che hanno creduto nei valori americani e nella garanzia di sicurezza che hanno sempre sostenuto; ma è anche difficile sopravvalutare la loro pericolosità. Se la NATO non è più un deterrente, allora non c’è nulla che possa fermare la Russia dall’usare strumenti militari o politici per destabilizzare gli stati europei, come il Cremlino ha già dimostrato che è disposto a fare. Se gli Stati Uniti non sono più una voce per la democrazia, ma piuttosto sono un paese focalizzato sul proprio “pasticcio”, allora non può servire ad esempio e nemmeno può essere un fonte d’ispirazione, sia, ai dittatori come Putin, o a coloro che hanno un sonno più facile.

Ma il partito repubblicano che è nato per l’internazionalismo democratico e la potenza americana che fine ha fatto? Newt Gingrich, che una volta spingeva per l’espansione della NATO, ha fatto luce tra i commenti di Trump affermando che l’Estonia è “un posto, che si trova nei sobborghi di San Pietroburgo”. Tutti i paragoni si trasferiscono su altre cose. Lo so, mi rendo conto che il discorso di Ted Cruz e il plagio di Melania Trump sono questioni che, rispetto alla garanzia di sicurezza che ha tenuto l’Europa al sicuro per sette decenni, per l’elettorato statunitense vanno oltre; ma forse è così che un candidato della Manciuria vince davvero le elezioni, e forse è così che il periodo d’influenza globale degli Stati Uniti arriva alla fine: non con un botto, ma una scrollata di spalle e un lamento.

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