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19 novembre 2017

RICORDANDO PAOLO BORSELLINO


Paolo_BorsellinoOgni settimana siamo messi di fronte ad una ricorrenza. Un’onomastico, un’anniversario, una data da ricordare per un particolare motivo, bello o brutto che sia. Le date servono per comporre in modo più ordinato la nostra storia, per ricordare e soprattutto per non dimenticare; ci danno l’assurda idea di poter avere il controllo sul nostro futuro, non ripetendo gli errori che sono stati fatti nel passato.

Il 19 luglio è una di queste date. Il 19 luglio 1992 ha visto morire uno dei personaggi più importanti nella lotta contro la mafia, il magistrato che tutti ricordano, Paolo Borsellino. Se tutta questa attenzione, questa accortezza riservatagli dopo la morte gli fosse stata riversata anche in vita forse oggi non lo ricorderemmo così, come un martire della mafia.

Nato a Palermo nel 1940, Paolo Borsellino a soli ventitré anni diventa il più giovane magistrato in Italia.La sua è una carriera tutta in ascesa; dopo aver fatto la “gavetta” occupandosi di affari civili, passa subito al penale.

Oltre all’amicizia che lo lega con Giovanni Falcone fin dalla più tenera età, c’è il rapporto con Rocco Chinnici, procuratore capo di Palermo, a formare le basi della sua vita, a plasmare in meglio il suo carattere e la sua dedizione verso il mestiere. Rocco Chinnici fu per Borsellino anche più di questo, fu una figura paterna, un mentore, un capo saldo della sua vita. Rocco Chinnici diede le basi per dare il via ad una missione a cui Borsellino dedicò la sua vita, continuata successivamente da Antonino Caponnetto: il pool anti-mafia con il solo e unico obiettivo di combattere Cosa Nostra in modo più mirato ed efficace, facendo concentrare sull’obiettivo un gruppo di giudici istruttori con la speranza di riuscire ad ottenere, grazie a questa rete di collaborazioni, una visione più chiara del fenomeno mafioso.

Falcone e BorsellinoOggi possiamo dire che questa strategia fu vincente; così come quella di prendere sotto esame le attività finanziarie di Cosa Nostra. Erano giunti ormai ad un punto di svolta e ce ne si accorse subito: dalla scia di morti lasciate indietro dalla mafia: il deputato comunista Pio La Torre, il generale Dalla Chiesa, lo stesso procuratore Chinnici. Solo pochi dei nomi di coloro che persero la vita perché troppo ingombranti, troppo pericolosi.

Il punto di svolta dell’indagine si ebbe con la confessione di Tommaso Buscetta; questa infatti permise a Falcone e Borsellino di istituire il più grande processo ai danni di Cosa Nostra, portando dietro le sbarre circa 475 imputati e scoperchiando la “cupola”, composta dai vertici al potere di Cosa Nostra.

Come possiamo ben immaginare non fu un processo facile, tanta era la paura di ripercussioni, la paura soprattutto che qualcosa andasse storto. Il processo durò ben 22 mesi e si concluse con diciannove ergastoli a tutti i componenti della cupola e 2665 anni di carcere ad altri 339 imputati.

Le cose però dopo il processo cominciano a cambiare e non per il meglio purtroppo: Caponnetto è costretto a lasciare il posto per motivi di salute, a rimpiazzarlo, anziché il suo erede naturale Falcone, fu Antonio Meli.

Borsellino prese questa decisione come un’ affronto; rilasciò interviste sia a “L’Unità” sia a “Repubblica” per denunciare il fatto, mettendo persino a rischio la sua figura professionale per promuovere la preparazione del suo amico e collega Falcone, a suo dire ben più preparato sui fatti legati a Cosa Nostra.

I tempi sono ormai maturi, le verità rivelate troppo scomode. Il 23 maggio 1992 a Capaci, Borsellino perde il suo compagno di battaglia Falcone che viaggiava insieme alla moglie e a tre uomini della scorta.

Questa grande perdita per Borsellino fu solo un avvertimento, un’anticipo della sorte che purtroppo correva inesorabilmente verso di lui, senza che nessuno la fermasse. Borsellino infatti perse la vita qualche mese dopo, il 19 luglio, in via d’Amelio Cosa, mentre andava a fare visita alla propria madre. L’omicidio venne orchestrato dal boss mafioso Totò Riina che incaricò per l’omicidio Salvatore Biondino.

Nonostante gli abitanti della zona avessero chiesto più volte che fossero presi dei provvedimenti, impauriti dall’arrivo delle auto blindate del magistrato e gli stessi uomini della scorta avessero fatto presente la situazione; nulla era stato fatto, nulla per poter impedire questa strage o più semplicemente la morte di un grande uomo.

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