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19 novembre 2017

L’Europa deve mantenere le sanzioni contro la Russia


Troppo velocemente i paesi europei stanno dimenticando ciò che la Russia ha fatto in Ucraina, senza minimamente pensare che uno di loro potrebbe essere il prossimo!
Molti paesi europei hanno relativamente alti scambi economici e stretti legami energetici con la Russia e, questo rende difficile riuscire a concordare l’imposizione delle sanzioni europee; ma è ancora più difficile mantenerle in vigore per un prolungato periodo di tempo.

In linea generale, ci sono due serie di sanzioni economiche applicate contro la Russia per la sua aggressione all’Ucraina: le sanzioni legate all’illegale invasione russa, all’occupazione e alla annessione della penisola di Crimea; e quelle che fanno riferimento alla guerra sostenuta da Mosca nella regione del Donbas, in Ucraina orientale.
L’attuale dibattito per il mantenimento delle sanzioni è indicativo di carenze nella politica estera dell’UE.

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Il metodo d’imposizione o di mantenimento delle ammende è basato sul consenso di tutti i membri dell’UE, semplice intuire che, se un paese parte del blocco decide di rallentare, diminuire o porre il veto, ha la possibilità di farlo nella massima trasparenza: è un suo diritto.
La Russia, che conosce le normative interne all’UE, è al corrente della necessità dell’accordo unanime, per cui usa la tecnica di “divide et impera” per sfruttare questa falla del processo della politica estera dell’UE. Questo spiega perché Mosca mantiene stretti legami con i paesi UE, per esempio, come con Cipro e la Grecia; il Cremlino spera di avere all’interno del parlamento UE più di una voce simpatica che discuta contro le sanzioni.

Il comune consenso necessario a Bruxelles, è un altro motivo per cui la Gran Bretagna, una volta che finalmente lascerà l’UE, probabilmente diventerà più assertiva sulla scena mondiale; per di più ora Londra, come quinta più grande economia del mondo e membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non sarà più vincolata agli interessi nazionali degli altri 27 Stati membri dell’UE e potrà agire in modo indipendente.
Nel mese di giugno, l’UE ha votato per estendere le sanzioni economiche contro la Russia per altri sei mesi; e, anche se questa è una buona notizia, c’è motivo di preoccupazione per il loro futuro a lungo termine: sta diventando chiaro che la facciata di sostegno europeo per le imposizioni sta cominciando a incrinarsi.

Nel mese di aprile, l’Assemblea Nazionale francese ha approvato una risoluzione che chiede che siano sollevate le sanzioni economiche contro la Russia.
In Francia, chi sostiene la loro revoca, afferma che la sua preoccupazione principale è l’impatto che hanno avuto le imposizioni sull’economia francese, in particolare nel settore agricolo. Anche se questa risoluzione del senato francese non è vincolante, è illustrativa del prevalente stato d’animo che girovaga in alcuni angoli d’Europa.
Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, ha recentemente suggerito che per poter vedere un sollevamento delle sanzioni è necessario solo un “progresso” nell’attuazione dell’accordo di Minsk II – il cessate il fuoco firmato a febbraio 2015 – e non la sua completa implementazione, come originariamente stabilito. Alcuni gruppi di difesa commerciale, che rappresentano ben oltre 800 aziende tedesche, hanno chiesto anche loro a gran voce la fine delle sanzioni.
Risoluzioni non vincolanti che chiedono la fine delle ammende sono passate anche in alcune assemblee legislative delle regioni italiane: Veneto, Liguria e Lombardia.

Due giorni fa il parlamento belga si è espresso in modo uniforme alla linea presa dalla Francia; i governi ungherese e greco, oltre quello italiano, hanno sollecitato molta cautela per il rinnovo automatico delle sanzioni contro la Russia; è ben noto che il primo ministro greco, Alexis Tsipras, è ben alloggiato a Mosca.
Ma non è solo la sfera economica in cui l’Europa è disunita sull’Ucraina: il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha suggerito che i colloqui NATO-Russia, dopo essere stati congelati dal 2014, potrebbero presto riprendere: questo è un completo rovesciamento della precedente politica NATO.
Grecia, Spagna e Malta hanno permesso alle navi da guerra russe di attraccare nei loro porti per essere rifornite di carburante e di cibo, anche con le sanzioni economiche in atto. La Spagna, un membro della NATO e dell’UE, è la maggior responsabile: ha dato “soccorso” alle navi russe per ben 22 volte da quando è stata annessa la Crimea nel 2014.
Che cos’hanno tutti questi paesi in comune? Hanno tutti stretti legami con l’economia russa e dipendono da Mosca per gran parte del loro fabbisogno energetico.

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Al contrario, molti paesi dell’Europa centrale e orientale, che hanno molto da perdere sia nel campo energetico che nel campo commerciale, sono alcuni dei più forti sostenitori del proseguimento delle sanzioni economiche: loro sanno cosa vuol dire vivere sotto la dominazione sovietica e non sono interessati a ripetere l’esperienza.
Nel 2014, l’economia estone, in particolare il suo settore agricolo, è stato duramente colpito dalle sanzioni; ma acutamente il suo governo ha fatto uno sforzo e ha diversificato le sue esportazioni eliminando la Russia e acquisendo altri partner mondiali.
Ad esempio, l’UE l’anno scorso è diventata la meta di circa il 95 per cento del totale delle esportazioni dei prodotti lattiero-caseari estoni, rispetto ad appena il 64 per cento del 2013.

L’Europa ha bisogno di rimanere ferma sulle sue sanzioni economiche fino a quando i termini del cessate il fuoco di Minsk II non saranno totalmente soddisfatti e la Crimea non verrà ripristinata all’Ucraina.
È straordinario quanto velocemente molti paesi europei stiano dimenticando ciò che la Russia ha fatto in Ucraina e non ricordino ciò che ha sostenuto Winston Churchill: “il conciliante è uno che nutre il coccodrillo, sperando di venir mangiato per ultimo”.

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