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19 novembre 2017

La libertà non è l’indipendenza


Tra un mese, il 24 agosto 2016, si celebra il 25° anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, che segna anche la data della sua più grande opera: ha contraddetto i critici, i sostenitori poco convinti e il Cremlino che sarebbe sopravvissuta come uno stato democratico. Molti s’aspettavano che la vita dell’Ucraina sarebbe stata breve, altri che avrebbe seguito le orme dei suoi vicini post-sovietici abbandonando la democrazia; invece l’Ucraina perdura come Stato democratico, seppure in modo imperfetto.

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La sua sopravvivenza e il suo consolidamento democratico possono essere in gran parte attribuiti al fatto che dal 1991 al 2014, l’Ucraina ha avuto la fortuna d’esistere in circostanze geopolitiche relativamente benigne: la Russia, l’unica sua minaccia esistenziale, durante l’era Eltsin è stata carica di disordini, mentre fino al 2014 nel periodo di Putin, non ha mai pensato di fare un intervento diretto. L’Europa in generale e in particolare quella orientale, in questo periodo sono state stabili e prospere e su questa scia la NATO e l’UE hanno cercato di fare il loro allargamento.
Nonostante questi anni di relativa stabilità, le élite ucraine non sono riuscite a costruire una nazione o ad impostarla su un percorso che garantisse lo sviluppo del suo enorme potenziale: la regola è stata definita da incompetenza, corruzione e rapacità. L’apogeo della criminalità delle élite e lo stato di disfunzionalità si sono verificati nei tre anni di malgoverno di Viktor Yanukovich, 2010-2014.

La rivoluzione euromaidan ha fondamentalmente rovesciato questo status quo. In primo luogo, ha affermato il diritto della popolazione di scegliere i leader – movimento che ha scatenato il “furto militare” di terra in Crimea e nel Donbas del Cremlino; in secondo luogo, in seguito alle violazioni russe del diritto internazionale e alla successiva guerra russo-ucraina, l’Occidente è stato costretto a prendere le parti dell’Ucraina; in terzo luogo, la rivoluzione e la guerra hanno profondamente migliorato la coscienza nazionale, forzando gli ucraini, per la prima volta dal 1991, a schierarsi o con l’Ucraina o con la Russia. La stragrande maggioranza ha scelto l’Ucraina.

Ironia della sorte, Putin ha costretto le élite politiche ucraine a impegnarsi sul serio a fare le riforme sistemiche. Non c’è da stupirsi che l’Ucraina sia cambiata più nei due anni da quando ha avuto inizio la rivoluzione euromaidan, che nei 23 anni che l’hanno preceduta: le élite politiche stanno funzionando bene, o abbastanza bene, stanno introducendo importanti cambiamenti economici, politici e culturali, tanto da potersi permettere d’affrontare i problemi della corruzione e dello Stato di diritto. E, anche se la maggior parte degli ucraini non vuole riconoscere la realtà di questi cambiamenti, è in gran parte dovuto al fatto che le élite corrotte, ora rimosse dal potere, sono sfuggite alla giustizia e alla vendetta, ma ciò non cambia il fatto empirico dei cambiamenti.

La rivoluzione e la guerra hanno avuto anche un effetto positivo, perché oltre al fatto che hanno forzato l’élite ucraina a fare delle scelte difficili, l’hanno messa davanti ad una sfida senza precedenti: combattere a titolo definitivo l’imperialismo russo. Già nel 1990, l’amministrazione Eltsin era preoccupata della condizione dei russi e dei russofoni nel cosiddetto estero vicino; ma nel 2000 quando il regime di Putin ha iniziato la sua virata verso il fascismo, si è appieno notata l’avversione alla sovranità ucraina e l’amore per il saccheggio delle sue risorse energetiche: i guanti e le sottigliezze diplomatiche di Putin sono cadute con l’invasione dell’Ucraina alla fine di febbraio del 2014.

Quasi per miracolo l’Ucraina è riuscita a schierare un esercito generato da migliaia di volontari e a fermare l’aggressione russa. L’attuale situazione di stallo nella parte orientale dell’Ucraina, nonostante che stia costando la vita di innocenti soldati e civili ucraini, è un’importante vittoria per l’Ucraina: ha fermato uno dei più grandi eserciti del mondo comandato da uno dei dittatori più feroci. Questo è un risultato che la maggior parte degli europei farebbe fatica a ripetere; eppure, si tratta di una vittoria a breve termine.
Per essere in grado di scoraggiare l’attacco russo in modo permanente, l’Ucraina deve crescere economicamente, deve diventare una tigre orientale europea con tassi di crescita a due cifre, in mancanza di ciò, l’economia di Kiev non sarà in grado di sostenere lo sforzo di sicurezza a lungo termine per fermare l’imperialismo russo. La riforma economica è dunque indispensabile per la sopravvivenza politica e nazionale, e nella misura in cui la rapida crescita economica sarà impossibile, la lotta alla corruzione diventa indispensabile per la sopravvivenza dell’Ucraina.

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Mentre i soldati ucraini muoiono quotidianamente nell’occupato Donbas, le domande che gli ucraini devono affrontare sono quelle legate a come sviluppare i loro prossimi 25 anni: le riforme economiche e la lotta contro la corruzione sono più facili con o senza l’occupato Donbas? La riforma economica e la lotta contro la corruzione sarà più efficace con o senza l’occupato Donbas? La riforma economica e la lotta alla corruzione possono essere sostenuti con o senza l’occupato Donbas? La sopravvivenza politica e nazionale è più probabile con o senza l’occupato Donbas? Il futuro del paese dipende da quanto corrette saranno queste risposte.

Per la prima volta dal 1991, dal 1 agosto precisamente, quando George HW Bush, aveva esortato gli ucraini alla cautela con la famosa frase “la libertà non è la stessa cosa dell’indipendenza”, l’Ucraina ha la possibilità di uscire dall’orbita della Russia e di trasformarsi in uno Stato veramente autosufficiente, democratico, indipendente, libero e prospero. Sarebbe un peccato e una tragedia, se gli ucraini sacrificassero il loro Stato, la nazione e la prosperità sull’altare di una qualche immaginaria “sacra” unità territoriale e si mettessero piegati a 90 gradi alla Russia imperiale di Putin.

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