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17 ottobre 2018

Mosca usa la sua propaganda per influenzare le elezioni USA


Le agenzie di intelligence del Cremlino, violando con dei presunti hacker i server del Comitato Nazionale Democratico (DNC) e con la pubblicazione on-line di quasi 20.000 e-mail interne al partito, sembra che abbiano notevolmente ampliato la tattica utilizzata per anni in Europa: usare le armi informatiche per manipolare le elezioni e ondeggiare l’opinione pubblica.

In Ucraina, gli hacker russi hanno fatto irruzione nelle macchine di conteggio dei voti tentando di far annullare l’elezione presidenziale; in Francia, i partiti di estrema destra sono contrari all’allargamento europeo – un obiettivo che condividono con il presidente russo Vladimir Putin, dal quale hanno ricevuto un sostegno finanziario tramite banche russe; in Germania, il partito di destra del paese si sta avvicinando al movimento politico di Putin; nei Paesi Bassi, gli attivisti anti-UE, dopo valanghe di stampe e opinioni filo russe che hanno alimentato nel pubblico una visione distorta del problema, hanno costretto un referendum su un patto commerciale con l’Ucraina.

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Il furto dei dati, mentre per il manager della campagna di Hillary Clinton è un tentativo russo d’aiutare Donald Trump, e per i politici europei è uno dei tanti sottili espedienti russi che per anni hanno subito, in realtà segna semplicemente la prima volta che Mosca ha portato questa parte della propaganda oltre l’Atlantico.
Non solo stanno facendo spionaggio informatico per raccogliere e analizzare i dati – ha spiegato Justin Harvey, un agente di sicurezza di Fidelis, una società di sicurezza informatica – stanno raccogliendo informazioni per armare o influenzare il processo all’interno di un paese”.

Fiona Hill, un ex ufficiale per la Russia e l’Eurasia presso il National Intelligence Council, ha sostenuto che l’hack è la prova che Washington è “di nuovo in una sorta di guerra fredda di intelligence” con Mosca, e che mentre Washington è stato occupato con le guerre in Iraq e Afghanistan, i russi, con una campagna globale e un tentativo di far cambiare le idee nella regione Asia-Pacifico, “non hanno mai cambiato la loro attenzione”.
L’elezione di un presidente come Trump potrebbe potenzialmente fornire dividendi significativi a Mosca, infatti il magnate ha parlato con calore di Putin e, nell’ipotesi che non avessero soddisfatto i loro impegni in materia di spese per la difesa, ha rinnegato l’aiuto agli alleati NATO.  Nella convention repubblicana della scorsa settimana, gli operatori di Trump sono stati chiari che non avrebbero aiutato le forze ucraine contro i ribelli filo-russi nella zona est del paese.

Eugene Rumer, un ex ufficiale dell’intelligence nazionale statunitense per la Russia, ha sottilieanto che l’introduzione russa nei server DNC si inserisce in un consolidato schema di come Mosca ha sempre perseguito i propri obiettivi di nascosto e senza lasciare impronte digitali. “È un toolkit abbastanza diversificato di spionaggio, operazioni di informazione, disinformazione, corruzione, hacking e manipolazione finanziaria – ha espresso Rumer.
Gli agenti dei servizi segreti che lavorano per conto della Russia hanno già dimostrato di essere capaci di ottenere comunicazioni interne dal governo degli Stati Uniti e di mettere in imbarazzo Washington. Nel 2014, ad esempio, hanno fatto apparire un audio on-line di una telefonata intercettata tra Victoria Nuland, un alto funzionario del Dipartimento di Stato, e Geoffrey Pyatt, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, in cui si ode chiaramente “Fanculo UE”.

La telefonata è stata ampiamente utilizzata per inasprire i rapporti tra i negoziatori dell’UE, che lavorano per disinnescare le tensioni in Ucraina e le loro controparti americane. A questo proposito, l’operazione in se stessa è stata un grande successo: un portavoce del cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha definito il commento “assolutamente inaccettabile”.
Altrove in Europa, nel tentativo d’aumentare la popolarità dei partiti marginali che condividono l’interesse di Putin nel prevenire l’allargamento dell’UE e arrestare il processo d’integrazione europea, Mosca ha diffuso la sua generosità. Capital Institute, un istituto di ricerca con sede a Budapest, ha identificato 15 partiti di destra in Gran Bretagna, Danimarca, Italia, Austria e in tutta l’Europa orientale che hanno legami diretti con la Russia.

Marine Le Pen in Francia ha più volte cercato il sostegno finanziario russo e ha costruito un movimento politico che vuole seguire la Gran Bretagna fuori dall’UE. Nel mese di febbraio, il suo partito Fronte Nazionale ha chiesto un prestito di 30 milioni di dollari ad una banca russa per competere nelle elezioni presidenziali e parlamentari del 2017; la richiesta è arrivata dopo che Le Pen aveva già ricevuto 11 milioni di prestito da una banca russa nel 2014. Nello stesso anno, il padre e il fondatore del Fronte Nazionale, Jean Marie Le-Pen, aveva avuto in prestito più di 2 milioni di dollari da una società di proprietà di un ex agente del KGB.
Putin in Le Pen ha trovato terreno fertile e un pubblico simpatico per le sue avventure militari in Europa.
Credo che l’annessione della Crimea sia stato il risultato dei principali errori commessi dall’UE – ha spiegato Le Pen l’anno scorso – L’UE ha partecipato alla legittimazione di molti aspetti che hanno permesso agli abitanti della Crimea di ricongiungersi con la Russia, perché la Crimea è la Russia, come tutti ben sanno. Non si dovrebbe vedere altrimenti”.

In Germania, nel frattempo, il partito di destra AFD, sta creando stretti legami con il movimento politico di Putin, in particolare le ali dei giovani dei due gruppi: lo scetticismo del partito verso la NATO e l’UE ne fanno un naturale alleato di Putin, e i leader di AFD, nei loro frequenti pellegrinaggi nei vari convegni, appaiono sempre vicini ai confidenti di Putin.
Mentre l’hack del DNC si è presa l’attenzione americana durante un irto momento politico, gli analisti sottolineano che molte delle operazioni di informazione che la Russia ha eseguito negli ultimi anni in realtà non sono state molto efficaci: gli sforzi del Cremlino per mantenere al potere il presidente ucraino Viktor Yanukovich nei primi mesi del 2014, sono falliti; durante i giorni delle elezioni nazionali ucraine nel mese di maggio 2014, un gruppo di hacker filo-russi, conosciuti come CyberBerkut, sono entrati nel computer elettorale centrale dell’Ucraina, hanno eliminato dei file, hanno messo in stallo il meccanismo di conteggio dei voti, e, per breve tempo, hanno alterato i risultati dell’elezione. Il gruppo ha colpito anche i siti web della NATO nel 2014, quando c’era in corso il referendum in Crimea. “Berkut” è un cenno esplicito delle forze di sicurezza, una volta temute, utilizzate dal governo del deposto presidente ucraino, Viktor Yanukovich.

Venerdì scorso, Wikileaks ha pubblicato una collezione enorme di messaggi di posta elettronica che sembrano essere stati rubati dai server; ma la loro provenienza e autenticità rimangono poco chiari, ciò però non ha impedito alla pubblicazione di scatenare uno scandalo politico all’interno del partito. Domenica scorsa, il capo della DNC, Debbie Wasserman Schultz, si è dimesso e lunedì, la DNC si è pubblicamente scusata per quello che ha definito “osservazioni imperdonabili” presenti nei messaggi di posta elettronica.
La pubblicazione delle e mail mi suggerisce che la missione è cambiata o che questa era stata la missione per tutto il tempo, cioè influenzare realmente le opinioni della gente sulle elezioni – ha riferito una persona vicina alle indagini che ha parlato a condizione di anonimato.
Lunedì, l’ambasciata russa a Washington ha negato qualsiasi coinvolgimento nella fuga di messaggi di posta elettronica della DNC. “Vediamo un’ondata di accuse inadeguate e inappropriate che ancora una volta hanno inondato i media degli Stati Uniti – ha sostenuto Yury Melnik, il portavoce dell’ambasciata – tali infondate accuse possono solo che lasciare sgomento e sorpresa in quanto sono completamente al di là della realtà”.

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Gli esperti di sicurezza americani invece, sono giunti a una conclusione completamente diversa: Fidelis ha analizzato alcuni dei dati tecnici connessi e ha sostenuto che la responsabilità fosse da addebitare totalmente all’intelligence russa.
Le rivendicazioni di un coinvolgimento russo a beneficio della campagna di Trump hanno scatenato una guerra di parole tra le campagne di Trump e Clinton. In una conferenza stampa di lunedì mattina, il manager della campagna di Clinton, Robby Mook, ha ripetuto la sua precedente esposizione nella quale affermava che gli hacker russi erano dietro al furto delle e mail e che si stavano adoperando per interferire nelle elezioni per conto di Trump: “Quello che altri esperti stanno dicendo è che stanno pubblicando le e-mail allo scopo di aiutare Donald Trump”.

La campagna Trump ha negato l’accusa con Paul Manafort, il responsabile dell’ondata elettorale di Trump, che domenica sera ha sostenuto che “Clinton è abbastanza disperata. Sta cercando di allontanare i problemi di questa campagna addossandoli a Trump. È abbastanza assurdo”.
Alla domanda se la campagna di Trump utilizzasse delle protezioni informatiche contro gli hacker, ha risposto: “come direbbe Trump, non lo diremmo mai”.
Mosca, da subito dopo la pubblicazione delle e mail, ha cercato di depistare qualsiasi tentativo di chiarimento. Poco dopo che la DNC ha rivelato d’aver scoperto la presenza degli hacker russi sui suoi sistemi, una figura misteriosa di nome Guccifer 2.0, si è presentata per farsi carico e merito dell’attacco. Lui ha affermato di lavorare in modo indipendente e di non aver nulla a che fare con l’intelligence russa. Guccifer 2.0 ha sostenuto d’essere romeno, ma, quando è stato interrogato in rumeno, ha commesso elementari errori di lingua. In breve, il suo aspetto portava i tratti distintivi di un tentativo dell’intelligence russa per distogliere l’attenzione da un’operazione che non doveva essere scoperta.

Il Guccifer 2.0 originale è un hacker rumeno, forse più noto per l’hacking delle email dei membri della famiglia Bush, nelle quali ha rivelato dei documenti molto personali dell’ex presidente, George W. Bush.

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