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19 novembre 2017

La politica americana prigioniera di una “trappola russa”


Non molto tempo fa in USA si sosteneva che una campagna elettorale impostata su rapporti amichevoli con la Russia sarebbe stata impossibile da sostenere, infatti ci sono molte circoscrizioni comunitarie che sono contrarie, come quelle baltiche, polacche, ucraine, coloro che hanno il triste ricordo della guerra fredda o che sono influenzate dalla stampa: la Russia sarebbe stata un problema per qualsiasi politico americano.
Gli Stati Uniti hanno un fatturato con la Russia pari a 21 miliardi di dollari nel 2015, che si attesta come 30 volte inferiore a quello con la Cina e tre volte inferiore a quello con l’Arabia Saudita. Questo è un motivo per cui la retorica russa è relativa e a buon mercato e qualsiasi politico può permettersi di essere graffiante senza avere il timore di minare qualche serio interesse; inoltre, coloro che concorrono per la Casa Bianca, tendono ad oscurare le questioni estere e nazionali che riguardano la Russia.
Quest’anno però, sembra che la saggezza convenzionale sul ruolo russo nelle campagne politiche americane sia obsoleta.

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Il candidato repubblicano Donald Trump, promettendo d’andare d’accordo con Mosca e profondendo lodi al presidente russo Vladimir Putin, ha frantumato l’ortodossia repubblicana sulla Russia: Mosca nella campagna presidenziale di quest’anno si profila sempre più importante, non solo come un tema di politica estera, ma come un temuto burattinaio nascosto dietro a Trump, come un presunto autore dell’hack di rete dei computer DNC e di altri tentativi d’immischiarsi nel processo politico americano.
Una discussione dai toni di una congiura, per un presunto collegamento tra Donald Trump e il Cremlino, centro del potere russo, è rapidamente diventata mainstream. Andrew Rosenthal, in un articolo del New York Times si è chiesto se Trumpha un’ossessione con Putin e la Russia”; l’economista e cronista del New York Times, Paul Krugman, ha definito Trump un “candidato siberiano”; Jeffrey Goldberg, in un suo pezzo sulla rivista Atlantic ha chiamato TrumpPuppet di Putin”.

Tutto questo, considerato che per anni sono stato a guardare come i responsabili politici russi manipolano la minaccia di un intervento straniero per sottomettere tutti i giocatori indipendenti, mi sembra che superi ogni ironia. L’opposizione russa è stata a lungo demonizzata come “i tirapiedi degli Stati Uniti”; lo stato russo ha in essere una legislazione che permette di etichettare qualsiasi ONG come “agente straniero”; Mosca ha messo un tappo alle aziende media di proprietà straniera, sostenendo che gli editori esteri rappresentino essenzialmente gli interessi di altri paesi e che influenzino la politica russa; il Cremlino denuncia gli oppositori di Putin, politici indipendenti, cantanti e artisti come pupazzi di una qualche forza esterna ostile.

Ma, un ulteriore strato di ironia deriva dal fatto che Putin, almeno pubblicamente, ha mostrato poco interesse per Trump. Putin ha definito Trumpcolorato” ed ha accolto con favore il piano di Trump per ristabilire le relazioni russo-americane, che secondo il presidente russo sono fondamentali. Hillary Clinton, d’altra parte, è stata oggetto di passione e rabbia del Cremlino.
Ha dato il tono ad alcuni attori nel nostro paese e ha dato loro un segnale – ha sostenuto una volta Putin riferendosi alla signora Clinton. E, come sottolineato da Steven Lee Myers e Neil MacFarquhar in un recente pezzo apparso sul New York Times, Putin ha continuato ad “accusare [Clinton] di impegnarsi nel “lavoro attivo” – un vecchio termine tecnico che identifica le operazioni segrete del KGB. Quando lei ha paragonato l’intervento russo in Ucraina alle mosse di Hitler nel 1930, Putin ha sottolineato: “non è mai stata troppo graziosa con le sue dichiarazioni”.

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Lunedì, “il Federal Bureau of Investigation”, come primo riconoscimento dell’incidente, ha reso noto che stava indagando sull’attacco hacker. Alcuni commentatori suggeriscono che, se la Russia fosse dietro l’attacco starebbe aiutando Clinton, piuttosto che aiutare direttamente Trump; potrebbe essere, secondo loro, un tentativo di smuovere “la pentola”, come sta facendo in Europa con l’appoggio ai partiti estremisti, ha sostenuto Matthew Rojansky, il direttore del Kennan Institute. Putin, ha spiegato Rojansky, è consapevole del fatto che un intervento diretto russo potrebbe alterare le visioni degli elettori americani, specialmente di quelli che vivono negli Stati in bilico, come nell’Ohio e in Pennsylvania dove ci sono molti cittadini con radici polacche, ucraine e baltiche.
L’élite politica russa potrebbe infatti favorire Trump, ma questo non sembra necessariamente evidente. Trump può risultare troppo dirompente anche per gli standard russi: la sua politica, se applicata come lui la sta pubblicizzando, può portare a conflitti regionali e alla proliferazione delle armi nucleari, che non è nell’interesse nazionale russo, ha scritto Vladimir Frolov, un commentatore acuto della politica estera russa.

Ciò che Mosca invece ha raggiunto è che sta facendo credere a tutti che Putin sta sostenendo Trump. Questo da solo si è rivelato sufficiente per seminare sospetto e diffidenza nel campo politico americano. Le parole “fantoccio”, “agente” e “puppet” che punteggiano le pagine della stampa americana, sono quelle amano udire i politici al potere in Russia, loro godono nel percepire che gli altri paesi stanno affermando che si tratti di una “trappola russa”, sono felici quando sono coscienti che anche gli “altri” fanno le cose che accusano di fare Mosca; essi godono quando Mosca definisce i suoi avversari come “agenti stranieri”, mentre gli “altri” fanno le loro stesse cose con i loro avversari politici. Lo stesso vale per le accuse di corruzione o l’uso di doping nello sport: tutto questo dimostra splendidamente il credo politico di Mosca: tutti sono come noi, tutto il resto è finzione.

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