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17 ottobre 2018

La disinformazione come base dell’invasione russa in Ucraina


Il male nel mondo si manifesta attraverso la violenza, l’ingiustizia, la malattia, la miseria, la fame, l’ignoranza… Tutto ciò che si oppone al bene, all’armonia, alla gioia, al benessere e alla vita, causa dolore fisico, mentale, morale, spirituale e anche morte. Due sono gli ostacoli che maggiormente si oppongono allo sviluppo della cultura universalista: i mezzi di informazione di massa al servizio delle grandi lobby e le religioni antropocentriche.
Tutti e due contribuiscono ad ammalare l’uomo nel corpo, a generare ignoranza e a renderlo più insensibile sul piano della coscienza morale.

I mass media condizionano la mente della popolazione rendendo indispensabile ciò che nel corso dei millenni è sempre stato superfluo, spingendo la gente ad acquisire prodotti propagandati come utili, necessari e benèfici mentre vanno a vantaggio delle lobby che rappresentano, ma spesso a danno della salute delle persone e del pianeta. I mezzi di informazione che dovrebbero essere al servizio del vero progresso culturale, morale e spirituale della popolazione, sono improntati a dare al popolo quello che il popolo chiede, non quello di cui ha realmente bisogno, favorendo in questo modo la società dell’apparenza, dell’esteriorità, dell’immagine, del cattivo gusto, della volgarità: il loro scopo è vendere, avere utili, acquisire potere. Se il popolo chiede violenza, sesso, lusso sfrenato, essi danno violenza, sesso, lusso sfrenato senza curarsi del danno che procurano. La disinformazione porta al condizionamento mentale, a modelli negativi, alla competizione, all’arrivismo, alla mancanza di senso critico: condizioni che impediscono la realizzazione integrale dell’uomo e di una società migliore.

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Se qualcuno avesse definito le forze naziste in Francia nella seconda guerra mondiale “forze filo-tedesche” o durante la Primavera di Praga “forze pro-sovietiche”, sarebbero stati irrimediabilmente etichettati o come disinformati o profondamente in malafede, allora invece si usavano degli appropriati eufemismi, come collaboratori locali o aiutanti sul campo, e non c’è mai stato alcun dubbio su chi veramente avesse avuto il comando. Un simile approccio di buon senso sembra che in Ucraina sia stato perso: i media internazionali hanno svolto un ruolo chiave e hanno creato ambiguità che hanno permesso il successo della guerra ibrida russa.

Perché i media sono stati così cauti nel descrivere il ruolo che la Russia ha nel conflitto in Ucraina? Non credo che derivi dalla mancanza di prove: il coinvolgimento russo è stato schiacciante fin dai primi giorni dei combattimenti nel Donbas; quasi tutti i leader iniziali delle autoproclamatesi “Repubbliche Popolari” erano cittadini russi; i giornalisti internazionali sono stati testimoni, ed hanno ben documentato, i convogli russi carichi di armi che passavano le frontiere, hanno intervistato ufficiali russi nella zona di conflitto; alcuni giornalisti pro-Cremlino in Ucraina hanno persino trasmesso filmati di attrezzature militari in uso esclusivo all’esercito russo; società di indagini online hanno prodotto prove ultra convincenti di attacchi di artiglieria russa transfrontalieri sulle posizioni ucraine; i social network hanno continuamente segnalato selfie di soldati russi in Ucraina orientale; ci sono stati casi d’interi gruppi di soldati russi catturati entro il territorio della zona di combattimento ucraino, con il Cremlino che li ha persino rinnegati.
L’incidente del volo MH17 è degno di un intero capitolo a sé stante: la Russia ha posto e pone, come ha distribuito e distribuisce, sofisticati sistemi antiaerei oltre i suoi confini internazionali con l’Ucraina e nelle zone di conflitto.

Non dobbiamo dimenticare i “volontari” e i “turisti” russi, un gruppo eterogeneo di personale militare russo che opera al fianco dei veterani dell’esercito, mercenari, fanatici di estrema destra e feccia criminale. Polene di questi combattenti hanno più volte segnalato il loro numero complessivo a cinquantamila, una cifra da capogiro se si ricorda che all’inizio delle manifestazioni Igor “Strelkov” Girkin, al culmine dei combattimenti di maggio 2014, aveva ammesso che si era adoperato e che aveva tribolato non poco a reclutare mille residenti del Donbas.
Ciò che emerge da questo quadro è solo una rivolta ispirata e prodotta da operatori del Cremlino, armati da militari russi, presidiata prevalentemente da combattenti russi arrivati tutti da Mosca. Tuttavia, la maggior parte delle agenzie di stampa internazionali continuano a coprire i fatti con la frase “forze filo-russe”, nonostante la ridondanza di tali termini in quanto si parla di cittadini russi; i pesi massimi dei media come la BBC, CBC Canada, il Financial Time e altri, riconoscono il fattore russo, pur riferendosi ad una “guerra civile ucraina”.

Ci sono numerose ragioni per le quali ci sono state così poche scelte di termini. Un fattore chiave è l’impegno verso l’obiettività, che è un punto importante del giornalismo occidentale – in teoria, almeno – questa dedizione però, ha portato ad affermare “entrambi i lati della storia”, che è stata abilmente sfruttata dal Cremlino per inserirvi i propri racconti: un classico esempio è la raffigurazione della rivolta popolare in Ucraina contro il regime autoritario che è stato rappresentato a Mosca come un colpo di stato fascista guidato dalla CIA.
Di fronte a questi racconti sorprendentemente diversi, non ci può essere un equilibrio, per cui i giornalisti sono obbligati a prendere una posizione e dare un giudizio o a rimanere rigorosamente neutrali: la stragrande maggioranza ha optato per la neutralità. Aver fatto altrimenti avrebbe significato abbandonare i fondamentali obblighi etici del giornalismo moderno. Eppure, avendo evitato conclusioni di buon senso, si è fornito un prezioso servizio al Cremlino.

I media internazionali si sono anche presi i loro vantaggi dalla scena politica: la Russia per smentire il suo coinvolgimento non ha mai fornito nessuna spiegazione di sorta, invece l’Ucraina deve caricarsi di una congrua parte di responsabilità: Kiev ha rifiutato di riconoscere ufficialmente lo stato di guerra e ha scelto di ritrarre il conflitto come una operazione anti-terrorismo. Ci sono tutta una serie di argomentazioni legali e strategiche legate ad una tale scelta, non da ultimo che, avendo negato al Cremlino la possibilità d’intraprendere un’invasione militare su vasta scala, l’Ucraina si è mantenuta aperta il canale dei finanziamenti internazionali. Ciò, ha creato ancora più confusione.

Le ragioni della reticenza ad usare i termini propri da parte dei leader politici internazionali sono più difficili da capire. Alcuni hanno parlato apertamente di aggressione militare russa, mentre altri hanno cercato sicurezza con dei riferimenti generali, “coinvolgimento russo” invitando tutte le parti a cessare le ostilità. Forse sperano di tenersi aperti dei canali economici con la Russia, e se qualcosa dovesse andare storto, evitare un confronto militare su vasta scala con il Cremlino.
Questo non vuol dire che non ci sia stato un progresso. Nei primi giorni del conflitto, molti media, utilizzando termini come “ribelli ucraini” e “separatisti anti-Kiev” hanno scelto di ritrarre i combattimenti come un esclusivo affare interno ucraino. Queste affermazioni sono state gradualmente sostituite da “forze supportate dai russi” e “ forze filo-russe”. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha utilizzato questa evoluzione facendo un ulteriore passo avanti, e ha introdotto nella primavera del 2015, la frase “forze combinate russe-separatiste”. Questo è tecnicamente accurato, ma un po’ scomodo e non riesce a spostare la percezione. Invece che fornire chiarezza lascia sempre aperte delle domande: è la Russia che sta fornendo i consiglieri militari? Quali sono le proporzioni all’interno di queste forze? Con questo atteggiamento gli osservatori esterni giungono alla conclusione che il coinvolgimento russo non è per nulla decisivo.

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Alla luce delle sfide poste dalla Russia con il suo approccio ibrido ai conflitti internazionali, la comunità mondiale ha chiaramente bisogno d’introdurre un nuovo lessico. Il concetto di guerra ibrida russa è andato alla grande negli ultimi due anni e mezzo, ma deve ancora tradurre in terminologia non ambigua ciò che con precisione la Russia sta facendo nella zona est dell’Ucraina. Un nuovo modo di descrivere le unità militari a est dell’Ucraina potrebbe essere “forze ibride russe”: questo potrebbe evidenziare una generale responsabilità della Russia, pur riconoscendo che le forze in questione sono mescolate e differiscono dalle forze armate convenzionali. Allo stesso modo, ciò che viene variamente chiamato “crisi Ucraina” o “conflitto ucraino” potrebbe essere più accuratamente descritto come una “guerra ibrida russa”.

È stato a lungo sostenuto che la penna è più potente della spada, e questo non è mai stato più vero nell’era dell’informazione. I media internazionali hanno avuto un ruolo essenziale nel rendere possibile la guerra ibrida russa contro l’Ucraina; ma ora potrebbero aiutare ad invertire la tendenza adottando una terminologia che rifletta accuratamente la realtà di coloro che danno la propria vita per essere liberi.

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