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16 ottobre 2018

Putin cerca, ma ad Ankara non si soddisfa


La risorgente “amicizia” tra il presidente russo Vladimir Putin, e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, è una cosa strana: Putin sa cosa vuole da Erdogan, e se n’era andato via quando era a metà strada, e oggi, nonostante le esagerate cordialità di Ergodan, non sta ancora ottenendo ciò che lui desidera.

Prima dell’abbattimento nello scorso anno del bombardiere russo che era entrato per poco tempo nello spazio aereo turco, i rapporti tra i due leader autoritari erano buoni; Putin ha preteso le scuse, ma il presidente turco inizialmente è stato scontroso e non disposto a sottomettersi, così le relazioni tra i due paesi si sono deteriorate in uno stato di guerra fredda, la Russia ha introdotto sanzioni contro l’industria turistica, l’agricoltura e le imprese di costruzione turche; Erdogan, che ha pochi amici nel campo internazionale, apparentemente è stato a disagio e ha ordinato al suo staff di cercare un modo per fare la pace; ora i due ne hanno trovato uno.

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Il quotidiano turco Hurriyet ha riferito che il capo di stato maggiore turco, ha operato con un ben collegato uomo d’affari del suo paese che aveva interessi nella regione russa del Daghestan, per segnalare a Putin la disponibilità di Erdogan di trovare una soluzione. Il messaggio attraverso la leadership regionale è arrivato al Cremlino. La risposta è pervenuta attraverso un altro percorso tortuoso: l’ambasciatore del Kazakistan ad Ankara ha informato la leadership turca che il presidente kazako, Nursultan Nazarbayev, aveva parlato con Putin, il quale si era reso disponibile ad accettare una lettera di scuse, ma che doveva essere scritta di pugno da Erdogan. Nazarbayev, ha approvato il testo finale della lettera prima di mandarla a Mosca da Putin.

Putin ha pagato Erdogan senza lesinare sulla volontà dell’accordo: non solo ha accettato le scuse debolmente formulate, ma è stato il primo a chiamare Erdogan dopo che era sopravvissuto al recente tentativo di colpo di stato, e ci sono anche rapporti non confermati – mai ufficialmente smentiti – che l’intelligence russa avesse avvertito Erdogan del colpo di stato.
Eppure, durante l’incontro dei due leader di martedì a San Pietroburgo, c’era una visibile differenza di tono. Alla finale conferenza stampa, Erdogan ha definito Putin un suo “caro amico” non meno di quattro volte; ma Putin, fresco e senza sorridere, non ha fatto nulla del genere. Il suo atteggiamento potrebbe essere stato un riflesso dei dettagli diplomatici. I due leader che hanno mangiato su piatti decorati con impressa sopra una loro foto mentre si scambiano una stretta di mano, hanno dialogato nel Palazzo Costantino in una stanza adornata di immagini greche; forse questo non ha alcuna importanza, ma come ha fatto notare il quotidiano pro-Putin Komsomolskaya Pravda – il tema antico greco imperversa negli interni del palazzo – e la Turchia ha un rapporto teso con la Grecia.

Le apparenti riserve di Putin per una riconciliazione sono più che una residua naturale diffidenza di un uomo che chiede completa fedeltà: il leader russo vuole risultati specifici dalle amicizie, e Erdogan sembra che non gli abbia fatto nessuna promessa.
La ripresa del turismo russo in Turchia è importante per Erdogan, il cui paese, secondo una stima russa, ha perso 840 milioni di dollari nei primi sei mesi di quest’anno perché i russi non si sono più assiepati sulle sue coste. Così è stato lo stesso per i pomodori e gli agrumi. La Russia sarà lieta di costruire una centrale nucleare in Turchia, come aveva concordato precedentemente, si compiacerà dei progressi compiuti con i turchi e continuerà il progetto di gasdotto per la fornitura di gas naturale russo verso l’Europa meridionale attraverso la Turchia. Tutti questi argomenti sono stati discussi nel Palazzo Costantino e menzionati durante la conferenza stampa; ma non sono sufficienti per la mente di Putin: per lui il grande gioco è in Siria.

Putin, il giorno prima di vedere Erdogan, si è incontrato con un alleato chiave nel conflitto siriano, il presidente iraniano Hassan Rouhani. I dettagli di questi colloqui non sono stati rilasciati, ma la conversazione difficilmente può aver evitato d’affrontare l’assedio di Aleppo, dove le forze iraniane e gli aerei russi stanno aiutando il presidente siriano Bashar Al-Assad a mantenere un assedio di un contingente di ribelli.
I ribelli hanno appena avuto un certo successo e hanno indebolito l’assedio, anche se non sono riusciti a stabilire un corridoio di fornitura stabile con la Turchia, da dove provengono le loro armi. Gli attacchi di successo contro le truppe governative siriane, guidati da Jabhat Fatah Al-Sham, un gruppo che recentemente ha dato spettacolo rompendo i legami con Al-Qaeda, sono stati apparentemente attivati, sotto forma di armi, denaro e forniture, ​​da un forte sostegno esterno proveniente dall’Arabia Saudita e Qatar, ma che passa attraverso il territorio turco. I convogli che portano i rifornimenti continuano a muoversi senza ostacoli attraverso il confine turco di Erdogan anche dopo che lui si è scusato con Putin, e anche dopo che Putin lo ha chiamato al telefono appena finito il tentativo di colpo di stato.

Il “caro amico” di Erdogan a Vladimir deve avere una quadratura anche per lo zampillante leader turco.
Le forze ribelli ad Aleppo non sono suscettibili di battere la coalizione Assad-Iran-Libano-russa, se non altro perché il più forte gruppo tra di loro, Fatah al-Sham, precedentemente noto come Al-Nusra, non ha il supporto internazionale e non ha in corso un posto nei tavoli dei colloqui di pace. Esso utilizza attentatori suicidi per attaccare le posizioni di governo, ed è una forza jihadista; ma il successo relativo di Fatah al-Sham nei recenti combattimenti, rende molto difficile per Putin raggiungere il suo obiettivo di dimostrare che non “c’è alcuna buona alternativa ad Assad”.

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Al Palazzo Costantino, Putin deve aver detto ad Erdogan – come ha detto più volte – che Assad era il sovrano legale della Siria e che sostenendolo si facesse la stessa cosa che stava facendo Erdogan contro i golpisti. Ma il leader turco durante la riunione non prevedeva un soluzione in Siria: la discussione di questo tema, dal momento che entrambi, sia Putin che Erdogan, sapevano che non avrebbero avuto nulla da dire pubblicamente, era prevista dopo la conferenza stampa.

Gli interessi di Ergodan – la retorica anti-occidentale, alimentata dalla riluttanza degli Stati Uniti ad estradare il suo nemico Fethullah Gülen, e il rifiuto dell’Unione europea alla concessione dell’esenzione del visto per i turchi – non sono allineati con quelli di Putin in Siria. Il presidente turco vuole ancora il successo dei ribelli contro Assad – e contro i curdi siriani, contro i quali sta combattendo Fatah Al-Sham. Le lamentele contro l’Occidente possono unire Putin e Erdogan come due governanti amari, ambiziosi e autoritari, ma non sono abbastanza in linea per costruire una nuova alleanza nella guerra siriana che potrebbe distruggere l’appartenenza della Turchia all’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico.

Putin vorrebbe che Erdogan tagliasse i rifornimenti ai ribelli, ma per il presidente turco è una cosa che va oltre il suo definirlo “caro amico”, lui può inviare un sacco di pomodori, però, e anche gli alberghi turchi possono indire offerte speciali ai turisti russi verso la fine di questa stagione; ma niente altro.

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