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22 maggio 2018

Europa: cambiano le tintarelle, ma le crisi rimangono


L’Unione europea, dopo la pausa di agosto, ha messo lentamente in movimento i suoi attempati meccanismi ancora storditi dal voto di mezza estate della Gran Bretagna, che ha deciso d’uscire dall’UE, e dalle vecchie e mai risolte crisi di un anno fa: una massa di profughi, una fragile economia, russi ostili e, Yes, le relazioni inglesi, ora più che mai difficili.

Quando il presidente Jean-Claude Juncker, il 14 settembre terrà il suo annuale discorso al Parlamento di Strasburgo sullo Stato dell’Unione, potrebbe facilmente ripetere l’avvertimento dello scorso anno: “l’Unione europea ha avuto la sua ultima possibilità per salvarsi dalla marea di nazionalismi centrifughi”.
La scorsa settimana, i tre big dell’EU, se rimarranno tali – il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente francese Francois Hollande e il primo ministro italiano Matteo Renzi – hanno ritenuto necessario rinnovare e rinfrescare i loro voti alla fonte dell’Unione, l’isola di Ventotene, un’isola bellissima, dove nel 1941 una moltitudine di antimussoliniani scrissero pagine importanti sulla necessità di superare gli Stati nazionali e formare l’Europa Unita.

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Ma sarebbe stato davvero interessante se i nostri tre avessero scelto Ventotene proprio per una riflessione, critica e autocritica, su cosa è stato fatto in questi quasi 75 anni. Avrebbero potuto rileggere assieme il lontano testo scritto nel ’41, soprattutto ripensare all’auspicio fondante che l’aveva ispirato: porre fine alle guerre.
Per ogni buon conto, i tre, consci dell’irto calendario politico del prossimo anno, hanno optato d’incontrarsi sul ponte della portaerei Garibaldi.
I rappresentanti dei tre Stati avranno a Bratislava il 16 settembre il vertice UE – senza la Gran Bretagna – che mira a delineare il futuro dell’Unione post-Brexit.

Il 2 ottobre, il destrorso primo ministro ungherese, Viktor Orban, è pronto ad inviare un altro schiaffo a Bruxelles: un referendum, in gran parte simbolico, per rifiutare il sistema di quote di ricollocazione dei rifugiati tra gli Stati membri – uno schema di Juncker sul quale un anno fa ha investito molto capitale, ma che è appena decollato.
L’8 novembre, Orban spera nella vittoria dell’uomo che lui definisce “valoroso” – Donald Trump – nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, anche se solo pochi suoi coetanei europei sono così entusiasti. La maggior parte vedono il candidato repubblicano come un dirompente cane sciolto, la cui approvazione per Brexit, in capo a Nigel Farage, l’ha segnalato come un nemico dell’Unione.
Una vittoria di Trump potrebbe innescare tra i governi europei, che sono alla ricerca di una revisione quando alla fine dell’anno scadranno le sanzioni correlate all’Ucraina, la creazione di una coalizione transatlantica europea sulla Russia. Trump potrebbe iniettare anche una nuova dose d’incertezza post-Brexit nel commercio mondiale.

In casa, tutti e tre i grandi leader hanno da affrontare delle proprie sfide elettorali contro i vari gruppi di euroscettici.
Si inizia con Renzi, oggi lui sta cercando di convincere gli italiani che, a differenza dello scandalo contaminato di Silvio Berlusconi successo a L’Aquila nel 2009, quando erano morte più di 300 persone, ha l’energia giovanile per ricostruire l’ultimo terremoto dell’Appennino. Probabilmente nel mese di novembre, Renzi metterà a referendum le riforme costituzionali, che sostiene che siano necessarie per rompere la situazione di stallo politico che sta soffocando l’economia italiana. I sondaggi sono stretti e gli euroscettici del partito 5-Stelle, stanno sparando a zero contro il premier socialista, che, se perde, si prevede che opterà per le dimissioni.
Hollande il 23 aprile è minacciato al primo turno delle elezioni presidenziali in Francia da una probabile sonora sconfitta per mano del leader d’estrema destra del Front National, Marine Le Pen.

Dopo la carneficina dello Stato islamico a Parigi e Nizza e con la lotta estiva ai burkini sulle spiagge, le opinioni su Hollande sono migliorate, anche se i sondaggisti dubitano che possa vincere l’eventuale ballottaggio del 7 maggio.
Per quanto riguarda la Merkel, lei deve ancora confermare di volere un quarto mandato nelle elezioni parlamentari; la più grande minaccia alla sua rielezione resta sempre la decisione dello scorso anno d’accogliere un milione di migranti in Germania mentre i confini dell’UE si sono inarcati: ciò ha anche indebolito il sostegno per il suo partito conservatore.
Tali minacce alla sopravvivenza domestica spingono i tre leader a cercare appoggi a Bruxelles, anche se la capitale è spesso sotto pressione – solo gli inglesi si sono presi la briga d’agirle contro. Gli ottimisti europei, considerato che dalla scorsa estate è cambiato poco, stanno lo stesso intravedendo speranzosi motivi di unità.

I gruppi dei diritti umani quest’anno si sono indignati a muso duro con gli Stati dei Balcani non appartenenti all’UE perché sbarravano le vie a nord della Grecia, e con Ankara perché non fermava i profughi siriani che raggiungevano Atene: queste scelte invece hanno fatto ridurre drasticamente i numeri dei profughi in arrivo.
Trovare qualcosa su cui i funzionari dell’UE possano avere dei vanti diventa oggi molto difficile: molti di loro privatamente ammettono che le politiche europee, legate agli sforzi di pagare i governi africani affinché fermino le emigrazioni verso l’Europa, li mettono a disagio perché vanno contro gli alti ideali umanitari dell’Unione.

Certo che vedere Merkel, Hollande e Renzi sulla Garibaldi, il fiore all’occhiello della missione UE al largo della Libia, che opera sia come soccorso che come deterrente militare contro i trafficanti di persone, è come vedere una fotografia istantanea dell’UE.
Tutti e tre hanno parlato di un’Europa, sempre più dura e più coesa sulla sicurezza. Questo potrebbe essere il tipo di linguaggio che può far risvegliare gli elettori scettici e gli insoddisfatti dell’Europa e far prosperare l’idea del mondo globalizzato contro artisti del calibro di Orban e degli altri leader orientali allarmati dalla politica della Merkel della porta aperta.

Garibaldi aircraft carrier

Juncker la settimana scorsa, ha strizzato urla di sdegno contro la stampa eurofobica di Londra, quando ha definito i confini nazionali “ la peggiore invenzione di sempre!”. Juncker, ha anche rinnovato il suo appello per un “esercito europeo”, che fintanto che la Gran Bretagna aveva il veto, è stato a lungo solo un sogno irrealizzabile.
Gli ultimi giorni hanno visto l’incontro della Merkel e una serie di altri leader, tra cui Orban, che nutrono echi di speranze di strutture militari congiunte, il che indica un settore che, in risposta all’uscita britannica, sta portando avanti l’integrazione europea.

Ci sono ancora una serie di questioni che dividono i leader europei nel prossimo anno: se una volta che verranno aperti i negoziati si sarà del bello o del brutto in Gran Bretagna: puntellare le debolezze della cooperazione economica che sostegono l’euro; fino a che punto alleggerire le sanzioni – sempre che sia un vantaggio – per migliorare i legami con Mosca.
Il consenso sarà un compito arduo. Merkel, in piedi sul ponte della Garibaldi, ha citato la sicurezza, gli investimenti e le opportunità per i giovani quali tre priorità per un post-Brexit e per dare un nuovo inizio ad un’Europa unita e forte. Ma, ha avvertito: “Il pericolo di frammentazione, egoismo e di ritirarsi in noi stessi, esiste!”.

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