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18 novembre 2017

Un giorno al fronte | Ucraina


Guerra – è il disincanto dell’orrore che schiaccia i ricordi delle belle giornate coi compagni di scuola appena passate e già sfiorite col fango delle trincee, gli scoppi delle bombe e l’odore del sangue.

Davide contro Golia.
La vita contro la morte: cosa pensa un uomo, poco più che bambino, quando va alla guerra?
Per trovare una risposta a queste domande, alcuni giorni fa ho voluto fare visita alla posizione frontaliera dell’esercito ucraino nella zona industriale di Avdiyivka, che è così vicina agli avversari che si possono gridare gli insulti l’uno all’altro, mentre il combattimento ravvicinato è la norma. La zona, conosciuta come Promzona della guerra russa contro l’Ucraina, è ravvicinata e personale.

Nelle zone di contatto i due contendenti sono distinti da centinaia di metri, e i combattimenti prendono la forma di duelli di artiglieria o di cecchini a lungo raggio; ma nella Promzona, si usano principalmente le pistole ed i fucili d’assalto.
Avdiyivka, è una città di frontiera controllata dall’Ucraina, a circa 600 chilometri a sud-est di Kiev, prima della guerra aveva una popolazione di 35.000 persone, ora invece è uno dei punti più caldi della guerra.
Qui, i due eserciti sono bloccati in una lotta quotidiana per il controllo del distretto industriale del bordo meridionale della città, cha ha un alto valore strategico. La Promzona è stata a lungo la testimone della guerra urbana combattuta nella aree chiuse, con sangue versato per ogni metro di territorio, perso, o ripreso.

È anche un simbolo della tenace resistenza ucraina – i difensori di Promzona sono talvolta definiti dai loro colleghi soldati “Promborsi” – echeggiando il nickname “cyborg” dato ai difensori ucraini dell’aeroporto di Donetsk.
La zona industriale è costituita da un’unica strada, Via Yasinovsky, fiancheggiata da edifici industriali, gran parte dei quali sono da quasi tre anni sotto inesorabili bombardamenti di razzi Grad, artiglieria di alto calibro e mortai. L’estremità orientale della strada è controllata dalle forze russe.

Tra gli edifici, s’intravedono le forme dei camion delle imprese che prima li occupavano, sono ormai ridotti a coclee di metallo arrugginito collocati tra crateri di bombe.
Il settore residenziale, appena a sud di Promzona, è stato abbandonato molto tempo fa. La lotta qui è in corso dall’estate del 2014, e nessuno sa veramente quante vite sono state perdute da entrambe le parti.
Dal novembre 2016, la zona industriale, insieme ad altri punti strategici a sud di Avdiyivka, è difesa dalle unità dei combattenti che appartengono alla 72a Brigata meccanizzata dell’Ucraina, soprannominata la “Brigata nera”, per il suo terribile record nei combattimenti.

La principale posizione difensiva dei soldati ucraini è un’ex fabbrica tessile, ora pesantemente danneggiata dai bombardamenti. Il tetto non esiste, e tutto ciò che resta sono le travi di sostegno in acciaio a forma di nervatura – i soldati hanno battezzato questo posto “lo scheletro”.
Ciò che rimane della fabbrica sono parti sparse del tetto metallico, travi e blocchi di pilastri in calcestruzzo completamente rotti e traforati. Tra le macerie, i soldati hanno costruito un labirinto di pareti e passaggi difensivi, utilizzando i cassoni di legno delle munizioni, grumi di macerie e sacchi di sabbia, regolarmente punteggiati da pallottole.
Poco oltre l’edificio c’è la linea di trincea – la frontiera delle forze ucraine. Trenta metri oltre c’è il noto: il battaglione dei combattenti russi pieno di nidi di mitragliatrici e altre armi puntate contro la fortezza in rovina dell’Ucraina.

Lì, tra il metallo intrecciato e il cemento sbriciolato, si sta combattendo da quasi tre anni una guerra di morti, senza fine in vista.
“Ognuno di noi è soggetto ad essere colpito da un mortaio da 120 millimetri – spiega il comandate di un gruppo di soldati che difende la posizione, e che usa il nick “Santana” – Le forze ibride russe sparano con le mitragliatrici ai blocchi del tetto e sperano di colpire dall’alto i nostri soldati con il rimbalzo dei proiettili”.

“Recentemente, i militanti hanno iniziato a lanciare gruppi di commando di tre uomini – continua Santana – noi li uccidiamo immediatamente, proprio qui, nello scheletro. Non capiamo cosa stia succedendo – o sono stati isolati e non hanno più rifornimenti, o semplicemente non ci rispettano. Quei deboli gruppi di infiltrati sono tutti condannati a morire qui, senza eccezioni”.
Mi chiedi cosa penso mentre sono qui: “Con la mente passo in rassegna le belle feste da fanciullo e mi rattristo quando mi accorgo che, purtroppo, forse è tutto andato per sempre”.
“I colpi da 120mm si susseguono ogni cinque minuti e ogni volta mi fanno gelare il sangue nelle vene – spiega Santana – Nella mia immaginazione da un momento all’altro mi vedo volare in aria con il mio fucile in mano. Ecco, ieri ad esempio, una scheggia ha attraversato la parete e la cassetta e si è fermata sulle matasse di filo. Altre sono cadute lì vicino, contro i sassi. Un colpo ci è scoppiato qui accanto, e ci ha mandato addosso i ciottoli come se fosse stata una tempesta”.

La notte del 20 maggio la posizione dello scheletro è stata colpita dal fuoco di un carro armato mentre i soldati ucraini nello stesso momento venivano assaliti da due grandi attacchi di fanteria. I soldati di Santana credono che si sia trattato di una vendetta, perché prima era stato massacrato un loro gruppo d’assalto. “I nostri vicini sono ora arrabbiati con noi”, afferma il comandante.

Un giovane soldato, Oleksandr, che rifiuta di dare il suo nome completo, è ben preparato alla guerra.
“Quando un carro armato è pronto per il combattimento, puoi sentire i suoi motori che ruggiscono a due chilometri di distanza – sostiene – poi, se vedi un’esplosione di fuoco all’orizzonte, preparati, il carro armato ha inviato contro di te una “supposta da 125 mm”.
Le due parti sono così vicine che possono gridarsi a vicenda.
Secondo le regole della guerra urbana, gli ucraini della Promzona cercano di stare il più vicino possibile al nemico per evitare le sue artiglierie. Ma anche così, la posizione dello scheletro viene talvolta a trovarsi sotto il fuoco delle armi da 122 millimetri e dai colpi delle posizioni vicine.
I combattimenti sono diventati così ordinari per gli uomini della Brigata Nera, che la pace sembra insolita, anche minacciosa. Quando è tranquillo, i soldati si chiedono cosa stia facendo e pensando il nemico.

“È molto difficile distinguere un giorno da un altro – ha sottolineato Santana – in effetti, siamo bloccati qui da molti giorni. Ogni giorno vedi le stesse facce, le stesse lotte e hai la stessa tensione. Abbiamo imparato a non aver paura della lotta – è il silenzio che è davvero spaventoso”.
Un uomo più anziano e robusto con la barba grigia, sta riscaldando sul fuoco un poca di acqua piovana – è l’unico modo per lavarsi. “Non sappiamo quanta forza hanno i nostri nemici – si è intromesso l’anziano – il 15 maggio, una dozzina di combattenti ceceni hanno rafforzato la posizione russa, ma i nostri cecchini ne hanno messi al tappeto tre”. “State coperti cavoli, vi mettete in mostra?”.

Il silenzio della mattina del 21 maggio non è durato a lungo.
A mezzogiorno, le esplosioni pesanti hanno iniziato a scuotere le pareti della fabbrica. “Attenzione! Mortai da 120 millimetri!” hanno gridato i soldati. Tutti immediatamente si sono diretti ai loro rifugi.
Dopo diversi impatti, in risposta i mortai ucraini posti all’esterno dell’edificio hanno aperto il fuoco, mentre il pavimento della fabbrica si illuminava dei fiammanti colpi dei fucili d’assalto e delle mitragliatrici. Alcuni soldati che non facevano parte dei combattimenti erano nascosti all’interno dell’edificio e, nonostante i rumori assordanti, riuscivano a dormire “pacificamente” sui letti a castello che hanno costruito con le tavole di legno.

“Di solito dormiamo con i corpetti anti proiettili addosso e con il fucile al nostro fianco – ha affermato Santana – La zona d’azione è a pochi metri di distanza, quindi potremmo trovarci in piena guerra nel giro di un minuto”.
Mentre i rumori della guerra gradualmente si acquietavano Santana ha riposto la sua radio su un tavolino vicino ad un fucile d’assalto Kalashnikov e s’è affondato nella sua comoda sedia.
“Be’, voi ragazzi sapete che io sono una persona pacifica. Ho anche paura del sangue”, ha scherzato, mentre i suoi giovani soldati si sono messi a sghignazzare nel buio.
“Pochi giorni fa ero insieme ad altri cinque dei miei uomini, dovevamo passare su un campo minato ed io, assordato dalle esplosioni intorno, non mi ero accorto che i miei colleghi si erano fermati. Ho camminato per una decina di metri, un mio uomo ha fatto un passo sbagliato ed ho visto un fuoco d’artificio. Capisci perché sappiamo che non torneremo più a casa, qui la morte è padrona, respira la tua aria, dorme a fianco del tuo letto, sta nel tuo fucile e negli animi dei soldati”.

“Nel campo devi dimenticarti di essere uomo, sei solo uno strumento nelle mani dei potenti, come un giocattolo nelle mani di un bambino, puoi solo uccidere, o morire. L’aria è irrespirabile, qui regnano solo fame, sporco, polvere da sparo, sangue, e il rumore incessante dei colpi, grida e singhiozzi per i caduti che echeggiano in ogni angolo del fronte – mi ha confidato Santana – ci hanno insegnato che dobbiamo ucciderli, che il nemico non è come noi, combattiamo per la libertà del nostro paese, per le nostre famiglie. È tutto falso. Una bugia infondata: alle famiglie che si vedono partire i figli e non li vedono ritornare, cosa si va a dire? Si dice loro che sono morti con onore per la libertà, ma a cosa serve la libertà se non la si può più vivere? È una libertà costruita sui corpi di soldati giovani e vecchi che una volta erano padri e figli. Queste famiglie sono condannate a vivere in una prigione di dolore per il resto della loro esistenza.

“Ieri ho incrociato un soldato nemico in avanscoperta, avrà avuto 18 anni, non è stato rapido quanto me a prendere le armi, gli ho puntato il fucile, pronto per il colpo; era solo un ragazzo, poco più di un bambino, mi ha guardato con grandi occhi di paura, potevo tuffarmici dentro a quelle lacrime che man mano gli offuscavano lo sguardo, si chiedeva anche lui perché era lì, perché non aveva il diritto di avere una vita. Ha chiuso gli occhi rassegnato al mio colpo; sono stato un vigliacco, ho abbassato il fucile. Il ragazzo, non sentendo il colpo ha aperto gli occhi e mi ha guardato; l’ultima cosa che mi aspettavo che facesse è che mi è venuto incontro e mi abbracciato come un figlio abbraccia un padre, avevamo divise diverse, ma eravamo uomini, con una famiglia e con lo stesso terrore per la guerra. Tutte le notti sogno che il mondo elimini la guerra. Tutto il giorno prego Dio di salvarci da questa follia, prego Dio di risvegliarmi accanto a persone felici, ma le mie preghiere, come quelle di migliaia di soldati, non vengono ascoltate e tutte le mattine invece, mi risveglio in questo luogo insieme ai miei compagni e la giornata ricomincia uguale a quella di ieri”.

Santana si è alzato dalla poltrona ed ha invitato i soldati al pasto.
“La cucina è il luogo più importante della guerra – ha sussurrato un soldato mentre si allontanava dalla stufa a gas sulla quale aveva fritto le patate.
Al posto di Promzona, non hanno avuto vittime da un paio di settimane e mentre Santana osservava quattro soldati che scappavano attraverso le rovine ha sospirato: “ogni giorno prego Dio perché salvi questi ragazzi. Hanno solo 20 anni. Odio questa guerra, ci rovina la vita per niente, anzi solo per l’egoismo di uno”.

Il silenzio è stato interrotto da una forte detonazione di una granata che è caduta vicino all’edificio – è iniziato un nuovo combattimento.

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