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21 maggio 2018

L’impronta storica di Vladimir Putin | Russia


L’istituto di ricerche sociologiche russo “Levada-Center” ha condotto un sondaggio, chiedendo ai russi di indicare le personalità più illustri di tutti i tempi e di tutti i popoli. Al primo posto risulta Iosef Stalin – 38% – al secondo Vladimir Putin e il sommo poeta russo Aleksandr Puškin – 34% ciascuno – seguiti da Vladimir Lenin – 32% – e lo zar Pietro il Grande – 29%. Michail Gorbačëv ha raccolto soltanto il 6% delle preferenze. Iosef Stalin batte per la seconda volta in popolarità Vladimir Putin. Nel sondaggio precedente, condotto nel 2012, Stalin era sempre al primo posto con il 42%, seguito da Vladimir Lenin e lo zar Pietro il Grande (37% ciascuno), il poeta Aleksandr Puškin (29%) con Vladimir Putin al quinto posto con il 22%.

Nessuno quindi, dopo la morte di Stalin, un dittatore magalomaniaco armato di “buone intenzioni”, ha raggiunto in Russia una tale notorietà, o un incontrastato potere sul paese come ora è riuscito a guadagnarsi Putin. Tuttavia, in un domani, dato che Putin sta presiedendo una galoppante stagnazione economica e morale, molto facilmente potrebbe essere ricordato come l’attuale Brezhnev; allo stesso tempo, però, nello stesso modo in cui hanno agito altri ex leader russi – tra cui Brezhnev, Stalin e Nicola I – mentre invia il pensiero ufficiale che glorifica l’autocrazia e il nazionalismo, limita la Russia con la repressione.

Sotto Nicola I, questo sistema veniva definito “nazionalità ufficiale” e, negli ultimi anni del suo regno, ha portato la Russia all’era glaciale. Anche altri despoti russi hanno presieduto un periodo di stagnazione, come ad esempio Alessandro III, Stalin e Brezhnev, i quali, mentre a mano a mano si scopriva che i loro governi non avevano nulla da offrire, si rifiutavano di fare le riforme per paura d’indebolire la loro leadership. Agli storici e agli osservatori russi i risultati di tali politiche sono ben noti, e, in ​​questo centenario della Rivoluzione russa del 1917, sono particolarmente significativi. Oggi lo stesso fenomeno è evidente sotto Putin.

Oggi, recenti tendenze suggeriscono che la pressione all’interno del regime di Putin sta costantemente crescendo. La portata generazionale e geografica delle manifestazioni anti-regime del 12 giugno segnano l’esistenza di un diffuso sfavore tra le generazioni più volatili e i giovani: per la stabilità dei despoti questo è sempre stato un pericoloso segno. L’insoddisfazione non è limitata alle classi culturali o professionali, o all’aumento degli scioperi degli ultimi anni – incluso quello dei camionisti che si protrae ormai da oltre sei mesi – ma si vede anche nella crescente emigrazione, nella crisi demografica, sanitaria ed economica.

In un tale frangente, se in seguito ad un incidente o ad una crisi inattesa dovesse sopraggiungere un improvviso sconvolgimento, c’è ragione d’aspettarsi un peggioramento della stagnazione. Il disordine, non necessariamente dovrà essere una rivoluzione, ma, per togliere a tutti la certezza che la Russia è sulla buona strada, basterà solo uno shock.
Molti analisti in Occidente e in Russia, anche se riconoscono che il paese è nell’ambito di una crisi globale, discutono di questa enunciazione; ma tutti però, si richiamano ai sondaggi di opinione pubblica, alla capacità di resistenza e sofferenza dei russi, all’assenza di una leadership alternativa, alla forza della repressione e alla debolezza dell’opposizione – fattori che devono essere presi in considerazione – ma nessuno semplicemente sostiene che il regime potrebbe ignorare le proteste.
Il regime, ovviamente, è Vladimir Putin.

La crescente intensità, la pervasività e la coercitività dell’azione repressiva del regime suggeriscono che il presidente sente che il terreno sotto i suoi piedi si sta frammentando. Forse, il più illustre esempio dei timori del regime, lo si può trovare nei recenti decreti che contraddistinguono la subordinazione dell’esercito russo alla Guardia Nazionale, in quanto quest’ultima ha la missione di sopprimere i forti disordini interni. La Guardia Nazionale, una forza di circa 400.000 addetti, può essere paragonata alla guardia pretoriana dell’antica Roma, la cui missione era la protezione dell’Imperatore. La loro funzione è quella di proteggere Putin e il suo regime. Questa guardia opera accanto alle forze regolari del ministero dell’Interno, della FSB, delle guardie di confine, della polizia ferroviaria, delle truppe regolari dell’esercito e di centinaia di migliaia di altre forze paramilitari.

La potenziale subordinazione dell’esercito alla guardia nazionale è, come osservano gli osservatori russi, senza precedenti nella storia russa. Graficamente sottolinea quanto il regime sia impaurito del proprio popolo e come sia disposto a sopprimere nel sangue eventuali disordini. In altre parole, Putin non è solo disposto a guadagnare terre con guerre d’aggressione nei confronti dei suoi vicini, ma si prepara anche ad una guerra contro il proprio popolo. Putin e il suo entourage non hanno intenzione di emulare Gorbaciov e lasciare il potere senza combattere; invece, difenderanno con la forza la loro cleptocrazia.

La crescente militarizzazione legata a questi nuovi decreti, assieme alle altre forme di repressione, la spesa prioritaria del governo indirizzata al settore della difesa e il rifiuto di eliminare l’attuale struttura economica, che offre all’élite il massimo dei “ricavi”, sono la più potente prova che il regime non crede alla storia che lui stesso ha messo in piedi: le prospettive di stabilità del paese.
A questo proposito, la determinazione di Putin per imporre in un futuro il suo regime, supera persino quella di Brezhnev e dei suoi carismatici predecessori. Stalin, naturalmente, rimane in una classe da solo.

Gli storici scrivono che per il popolo sovietico il regime di Nicola I fosse stato un errore e che il regno di Stalin una catastrofe, ma quale verdetto daranno ora gli studiosi ad uno che è pronto ad infliggere ai suoi cittadini “la strategia dell’ultimo respiro?”. Se il crollo dell’URSS è stata la più grave catastrofe del ventesimo secolo, come potremmo definire ciò che sembra essere il crollo sempre più inevitabile del regime di Putin?

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