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15 dicembre 2017

Di quale mondo abbiamo bisogno? | pace


Per la 36° volta il mondo ha celebrato la Giornata Internazionale della Pace, (“Giornata della Pace”) che è stata stabilita all’unanimità il 30 novembre 1981, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tramite la risoluzione 36/67.

Nella giornata che, idealmente e sulla carta, il mondo dedica alla pace, proprio le associazioni ucraine hanno lanciato un nuovo appello all’impegno di ciascuno contro la rassegnazione, l’indifferenza e l’ipocrisia.

“Di fronte a quello che sta succedendo nel mondo – si legge nell’appello – non bastano più le denunce: serve una nuova e più ampia assunzione di responsabilità. Non c’è pace senza diritti. Non ci sono diritti senza responsabilità. Responsabilità contro l’indifferenza. Responsabilità contro l’ipocrisia. Responsabilità contro la rassegnazione”.
“In un tempo segnato da tanto orrore e dall’arbitrio dei più forti – continua l’appello – dobbiamo riprendere in mano la bussola dei diritti umani e riaffermare con forza quanto sta scritto nella Carta comune dell’umanità: tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Il 21 settembre è riconosciuto in tutto il mondo come il giorno della non violenza e del cessate il fuoco; naturalmente, una risoluzione o un appello non possono fermare tutte le guerre, ma quel giorno – più di altri – deve essere dedicato a pensare alla pace, a coloro che ne hanno bisogno e apprezzarla.

E, se contro una serie infinita di conflitti, distruzioni e morte, la risoluzione della “Giornata della Pace” ci porta un solo giorno di pace all’anno, segno che per l’umanità, tra guerre senza fine, lo status di pace serve solo per brevi momenti.
Molti di noi ricordano la frase trita e ritrita “quindi non c’è guerra”, che già nei giorni della mia pacifica infanzia aveva quasi completamente perso il suo notevole carico – ed era vuota – eco di ricordi ancestrali dei nonni e delle nonne che ho ascoltato come una favola – troppo difficile per loro da credere.

Oggi, quando qualche volta mi reco nella zona di guerra, so come viverla, come le persone che ci vivono accanto a poco a poco sanno come distinguere i sui suoni, sanno cosa fare durante gli attacchi e molte altre informazioni utili, che a nulla servono in tempo di pace.
Molti abitanti della prima linea hanno sviluppato nuove abilità e abitudini. Ad esempio, di sera dormono vestiti nel rifugio, o in corridoio, o fanno il bagno vestiti di biancheria intima, se per caso…
Una coscienza alterata dalla guerra si adatta alle sue esigenze, ma è la peggiore delle guerre. Noi tutti gradualmente durante la guerra cominciamo a vedere il mondo sotto un certo punto di vista e confondiamo la pace con la vittoria. Oggi, ho finalmente capito la differenza tra guerra e pace.

Dopo quattro anni di guerra a est, molti come me hanno iniziato a conoscerla.
Io però, da subito avevo solo assimilato cosa fosse la guerra:  dolore, lacrime, disperazione, odio, vendetta, paura, morte e il vuoto.

E la pace?
“La pace è una condizione sociale, relazionale, politica (per estensione anche personale ovvero intraindividuale, o eventualmente legata ad altri contesti), caratterizzata dalla presenza di condivisa armonia e contemporanea assenza di tensioni e conflitti” riporta il vocabolario.

Forse è una oggettività dove non c’è posto per tutto ciò che caratterizza la guerra, ma non è ancora pace, diciamo – un paradiso o un qualsiasi altro luogo fuori da questa vita e oltre questa realtà.
Per impadronirmi del contenuto della concetto di pace, mi sono rivolto agli studenti universitari che lavorano a fianco alla linea di demarcazione, i quali, mentre forniscono sostegno alle vittime del conflitto, sono diventati esperti del tema “guerra”; mentre per coglierne il significato, mi sono recato come volontario a dare il mio contributo di sostegno alle vittime del conflitto, in una zona vicino alla linea del fronte.

La mia richiesta ha ricevuto un sacco di interessanti caratterizzazioni, su cui vale la pena soffermarsi. Pace è:
– “sicurezza dei minori”;
– “un compromesso e un concetto condizionale nel tempo e nella geografia”;
– “è ciò che vuoi in una società basata sulla solidarietà, dove i diritti umani sono rispettati”;
– “uno stabile periodo in un contesto di opportunità atte a risolvere i conflitti e le controversie sociali senza l’uso della forza, esclusivamente mediante mezzi pacifici – trattati, riforme, ecc..”;

– “riposo e respiro a pieni polmoni nella massima libertà. Quando eravamo appena adolescenti e la sera potevamo uscire per i campi o nei parchi ci si sentiva addosso un senso di libertà e felicità. Immaginate di essere al buio dove ci sono dei bambini che corrono liberi nei prati, e nessuno può far loro del male o ucciderli. Ma se questa è la pace, allora non esiste la pace. Questo è forse impossibile da spiegare a parole, ed è auspicabile che nessuno subisca questa sensazione: è bella e incredibile, ma il prezzo di questo sentimento è troppo elevato”;

“Oggi, per me, il mondo è un sogno, l’obiettivo di tutte le mie imprese e le mie opere. Oggi, penso che non sia possibile sperimentare tutto questo. Ho rivalutato e sovrastimato tutta la mia vita. La pace è la libertà. Libertà di dire quello che pensi, cantare quello che vuoi, comunicare con la persona che vuoi, quando vuoi e come vuoi. La possibilità di tornare a casa in qualsiasi momento, senza timori. E non solo a casa, ma ovunque tu vuoi”;

– “la pace della mente e la sicurezza fisica”;
– “quando non si è limitati in un dialogo”;
– “è la capacità di vedere, rispettare e apprezzare le differenze e interagire con loro senza violenza”;
– “la sicurezza dei parenti, la libertà e non uno stile di vita imposto”;
– “l’opportunità di sviluppare”;
– “non pensare alla guerra”.

In questo contesto mi viene in mente una dichiarazione di Yasminku Kirlich Drina, un insegnante di una scuola bosniaca che avevo conosciuto circa 15 anni fa:
“Voglio un mondo in cui posso realizzare tutti i miei diritti. Voglio partecipare alla costruzione della pace nel paese e nella regione, voglio essere un responsabile per la pace in tutti gli strati della società. Non voglio essere fuori da questo processo, perché se così fosse, non avrei alcuna responsabilità”.
– “La pace non è un pareggio; la pace non è dove non si spara”.
– “La pace richiede strategie, idee, pensiero – con chi, contro chi e cosa?”.
– “La pace non aspetta. Se aspettiamo se la prenderà qualcun altro. La pace è “non per favore”, la pace è “io voglio”.
– “E per essere sicuri di non dimenticare – anche quando è già stato firmato il trattato di pace – la guerra rimane lì. È la prima, ha in sè minacce, paure, armi, elezioni elettorali …”.

La pace è un atto non violento, un atto contro l’ingiustizia che apre una discussione riguardo la parte più difficile della nostra vita e mette in evidenza i problemi.
La pace è prudenza; è la creatività nella ricerca di soluzioni. La pace costruisce la fiducia e ripristina il senso di solidarietà tra tutti. La pace è quando noi costantemente ci chiediamo: “vivo in pace?”, “sono in pace con me stesso?”, “cosa posso fare?”, “quali sono le mie paure e dilemmi?” e ” dove e come costruirò la pace?”
È nelle aspirazioni della pace comprendere quali ulteriori passi dovrebbero essere presi.

Da dove viene la pace?
Non possiamo contare sul fatto che ci venga inviata in una confezione regalo, perché allora non sarebbe la nostra pace, ma la pace di altri che non hanno bisogno di vivere con questa “pace”. Come è accaduto in Bosnia-Erzegovina dove – dopo l’accordo di pace di Dayton – per molti anni è stata confermata la segregazione su base etnica, e vige una “pace” che non soddisfa la maggior parte delle persone.

Così, nella Giornata della Pace, mi sono proposto di pensare a ciò che è la pace, ho cercato i principi su cui voglio costruirla, in quale paese sto sognando di vivere, se questo paese è un luogo che concede la diversità e l’equità, se vigono le opportunità per la parità di accesso alle opportunità, quale è l’educazione e il sistema sanitario dei nostri figli, affinché un domani ce ne siano grati: fare tutto quello che vorrei che gli altri facessero a me.

Ricordiamoci che la pace non è la guerra, perché la pace è la continuazione del dialogo, mentre la continuazione della guerra è distruzione.
E per costruire un futuro prospero, non dobbiamo aderire alla dottrina del socing che credono senza riserve a tre slogan: “la guerra – è pace, la libertà – è schiavitù, l’ignoranza – è forza” (George Orwell).

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