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19 ottobre 2017

Il dibattito per la forza di pace dell’ONU nel Donbas | Ucraina


La partecipazione del presidente ucraino Petro Poroshenko alla sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA), ha evidenziato l’importanza di Kyiv per la proposta di risoluzione presentata all’ONU per una missione internazionale di mantenimento della pace nel Donbas.

Valdimir Putin, il 5 settembre, reagendo all’annuncio del 22 agosto di Poroshenko, che l’Ucraina avrebbe presentato una risoluzione all’ONU per l’impiego delle forze di pace delle Nazioni Unite nel Donbas, ne ha involontariamente accettato il concetto.

Egli però, ha esplicitamente dichiarato che i soldati delle Nazioni Unite, secondo il suo punto di vista, avrebbero dovuto ricevere l’esclusivo incarico di fornire sicurezza alla missione speciale di monitoraggio dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione (OSCE SMM), già presente sulla linea di contatto. Putin inoltre, ha chiarito che la missione delle Nazioni Unite sarebbe stata dislocata solo dopo il ritiro di tutte le armi dalla linea del fronte del Donbas e che tutte le modalità di utilizzo dovevano essere coordinate tra Kyiv e le leadership separatiste – sostenute da Mosca – della Repubblica Popolare di Donetsk e Lugansk (DNR, LNR). Lo stesso giorno – 5 settembre – il Ministero degli Affari Esteri della Russia ha presentato alle Nazioni Unite una sua risoluzione, concorrente a quella manifestata dall’Ucraina, per una missione di forze di pace delle Nazioni Unite per proteggere i monitor dell’OSCE.

Il 7 settembre, l’Ucraina ha presentato all’ONU la sua richiesta, che a differenza della russa, prevede che la missione di pace debba disporsi su tutto il territorio occupato dai proxy russi. Putin inoltre, mentre stava corteggiando la Germania perché sostenesse la proposta russa, ha infine “accettato” che i peacekeepers potessero accompagnare “gli ispettori dell’OSCE più in profondità nel Donbas” occupato. Tuttavia, ciò non prevede ancora il monitoraggio del confine internazionalmente riconosciuto dell’Ucraina con la Russia.

La parte ucraina ha respinto i limiti imposti da Mosca riguardo alle facoltà della missione ONU ad operare al confine. Inoltre, il parlamentare Iryna Friz, una nota voce per la sicurezza nazionale all’interno del blocco governativo Petro Poroshenko, ha reso noto in una sua dichiarazione ufficiale, che qualsiasi missione di pace delle Nazione Unite dispiegate sul territorio ucraino non avrebbe dovuto includere cittadini provenienti dalla Federazione Russa o da altri Stati membri del Collettivo dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza di Mosca (CSTO); inoltre, i peacekeepers delle Nazioni Unite avrebbero dovuto disporre del diritto di monitorare e regolare il traffico russo-ucraino transfrontaliero per prevenire un ulteriore flusso di armi in Ucraina ed essere impegnati in missioni umanitarie per la costruzione della pace.

Mentre Kyiv è impegnata nel dibattito per i militari delle Nazioni Unite nel Donbas, è anche in gran parte concentrata per evitare la “trappola”, che concede lo spazio alla Russia di bloccare istituzionalmente il conflitto. Nel contempo però, le deliberazioni all’interno del governo ucraino non hanno mai tenuto conto che il Cremlino, con la proposta d’invio delle forze di pace ONU, ne avesse già preventivato un “fallimento”. Una tale ipotesi, se la situazione sul terreno si dovesse incrementare in violenza e numero, fornirebbe alla Russia la copertura per poter inserire, quale surrogato in Ucraina, le proprie forze come “peacekeepers”. Queste nuove truppe russe completerebbero l’esercito proxy di Mosca nel Donbas che, con l’aggiunta di un gruppo di forze più professionali, cementerebbero così un “protettorato russo” nei territori non controllati da Kyiv.

Nel frattempo, l’attuale proposta dei peacekeeper di Putin permetterebbe alla Russia di evitare di indire elezioni democratiche nel Donbas occupato, nonostante questi siano dei requisiti dell’accordo di cessate il fuoco di Minsk 2015. Le elezioni, se effettivamente condotte in modo aperto e responsabile, come richiesto dai canoni dell’OSCE, potrebbero portare al crollo dei governi fantoccio DNR e LNR. Infatti, in passato, l’Ucraina aveva specificamente chiesto di inviare una missione internazionale di mantenimento della pace di 18.000-20.000 militari-civili per proteggere le violazioni nelle elezioni del Donbas, ma la Russia si è sempre opposta.

Una missione di polizia delle Nazioni Unite di piccole dimensioni, come quella che il Cremlino ha previsto, è improbabile che possa essere accettata dall’OSCE. La presenza di militari armati renderebbe obiettivi anche gli stessi membri della missione di monitoraggio dell’OSCE. In una zona di guerra, per offrire una protezione sufficiente ad una missione di mantenimento della pace di dimensioni ragionevoli, si dovrebbe probabilmente farla almeno assomigliare alla Brigata di intervento delle forze delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo, istituita nel 2013, il cui mandato comprendeva l’impegno di “operazioni offensive per l’applicazione della pace”. Non è chiaro se il gruppo Normandia [Ucraina, Russia, Francia, Germania] o gli Stati Uniti possano essere in grado di costringere la Russia ad accettare una missione internazionale di mantenimento della pace con un tale mandato.

Oltre all’elemento militare, la missione delle Nazioni Unite dovrebbe essere idealmente “complessa”, cioè funzionare in parallelo con il processo di costruzione della pace. Allo stesso modo, siccome la Russia ha sempre caratterizzato il conflitto come interno ucraino, la comunità internazionale non gode di nessun motivo valido per la messa in servizio di una missione di pace delle Nazioni Unite, in effetti le operazioni di pace delle Nazioni Unite riguardano specificamente le controversie interstatali, come ad esempio l’India e il Pakistan.

Da questo si capisce chiaramente che il Cremlino sta usando i peacekeeper come arma per spezzare l’unità transatlantica tra gli Stati Uniti, la Germania e la Francia. Mosca, dopo aver fatto il gesto simbolico verso il Cancelliere Merkel, ha ottenuto la lode del ministro degli esteri socialdemocratico tedesco, Sigmar Gabriel. In un’intervista, Gabriel ha affermato che se venisse raggiunto un accordo per una missione di peacekeeper delle Nazioni Unite nel Donbas, con il necessario successivo cessate il fuoco, l’Unione europea dovrebbe gradualmente ridurre le sanzioni russe. Nel frattempo, Putin ha invitato il presidente francese Emmanuel Macron, a sostenere l’iniziativa russa.

Mentre si trovava in Cina all’inizio di questo mese, il presidente russo ha accennato che Mosca ha il controllo della forza militare delle DNR e LNR. Lui, quando le ha definite “Repubbliche proclamate”, ha anche minacciato che questi “piccoli stati” potrebbero estendere le ostilità ad altre aree controllate da Kyiv. In effetti, Putin sta contemporaneamente giocando da “buon e cattivo poliziotto”.

L’attuale situazione che sovrasta il conflitto russo-ucraino in corso ci fa ricordare i risultati di uno studio di un panel dell’ONU del 2000, “The Bahimi Report”. Tra le conclusioni del documento si ricava che quando una parte di un accordo di pace “chiaramente e incontrovertibilmente” viola i suoi termini, “il continuato pari trattamento a tutti i contendenti da parte delle Nazioni Unite può, nella migliore delle ipotesi, comportare inefficacia e, nel peggiore dei casi, la complicità con il male [sic]. Nessun fallimento ha fatto più danno alla stabilità e alla credibilità delle missioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite negli anni ’90, quanto la riluttanza a non distinguere la vittima dall’aggressore “.

Tutti i peacekeepers inviati nella zona di guerra del Donbas potrebbero potenzialmente essere coinvolti in seri combattimenti, anche se è più probabile che principalmente usino la forza per proteggere se stessi e i civili; tuttavia, la presenza di una missione veramente internazionale e adeguatamente dotata di un mandato sufficiente, agirebbe come un forte deterrente, e certamente impedirebbe a Mosca di incrementare ulteriormente il conflitto.

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Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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