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23 giugno 2018

ONU: la Russia ancora il veto per la Siria | ONU


Stop all’estensione del mandato del Joint Investigative Mechanism (JIM) istituito con la risoluzione n. 2235 del Consiglio di sicurezza adottata all’unanimità il 7 agosto 2015 e frutto di un’intesa tra Nazioni Unite e Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.

La Russia, con il veto opposto il 24 ottobre, ha così bloccato l’attività dell’organismo che, in questa fase, sarebbe stata centrale per identificare gli autori degli attacchi chimici in Siria e per rafforzare la cooperazione tra gli Stati. Hanno votato a favore della risoluzione 11 Stati, si sono astenuti Cina e Kazakhstan e hanno votato no la Russia, ponendo il veto, e la Bolivia, bloccando così l’attività degli ispettori. Il mandato del team di esperti termina il 17 novembre e gli Stati Uniti chiedevano di rinnovarlo per un altro anno. La Russia aveva chiesto di rinviare il voto al 7 novembre.

Mosca ha messo in discussione a più riprese il lavoro del team di esperti che indaga sugli attacchi chimici in Siria, e prima di prendere una decisione in merito, voleva aspettare la pubblicazione del rapporto sull’attacco chimico a Khan Sheikhoun dell’aprile scorso, che ha ucciso oltre 90 persone.

“La Russia ha dimostrato ancora una volta che farà tutto il necessario per assicurare che il barbaro regime di Bashar al Assad in Siria non abbia conseguenze per il continuo uso di armi chimiche”. Così l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, ha commentato il veto di Mosca alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza per il rinnovo del meccanismo investigativo congiunto di Nazioni Unite e Opac sugli attacchi chimici.
“Rifiutando il rinnovo dell’organismo indipendente, la Russia ha detto chiaramente che non ha interesse a fermare l’uso delle armi chimiche nel mondo – ha precisato Haley – È la nona volta che Mosca protegge Assad e la sua squadra di assassini, bloccando l’azione del Consiglio di Sicurezza – ha concluso – Facendo così, si mette nuovamente dalla parte dei dittatori e dei terroristi che usano queste armi”.

L’organismo indipendente, conosciuto come meccanismo investigativo comune (JIM), è stato istituito dalla Russia e dagli Stati Uniti nel 2015 per identificare i responsabili degli attacchi chimici nella guerra della Siria. Il suo mandato dal Consiglio è stato rinnovato lo scorso anno, che deve decidere un ulteriore rinnovo entro il 17 novembre.
La Russia all’apertura della riunione non è riuscita a trovare sufficiente sostegno per ritardare il voto fino al mese prossimo.

L’ambasciatore russo, Vassily Nebenzia, ha dichiarato che il veto non significa l’arresto dell’inchiesta. Ha aggiunto che Mosca avrebbe cercato di modificare il mandato del panel per garantire che fosse imparziale. “Non abbiamo chiuso JIM. Oggi abbiamo semplicemente deciso di non estenderlo – ha spiegato – Ci torneremo”.

La Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti hanno convenuto che le prossime settimane potrebbero mettere a votazione ancora una volta JIM, per consentire al gruppo di esperti di continuare il loro lavoro.
Nebenzia ha accusato gli Stati Uniti e i suoi partner di andare alla ricerca del voto sulla misura “per mettere in mostra e disonorare la Russia”.

“Quello che sta succedendo oggi non è molto piacevole – ha sottolineato Nebenzia – Sono infastidito. Stiamo vedendo uno spettacolo ben sperimentato, che cerca di mostrare e imbarazzare un paese”, ha aggiunto.
In una dichiarazione rilasciata a Mosca, il ministro degli esteri russo ha insistito sul fatto che con il veto di tre giorni fa, “ho avuto il tempo e ottenuto il diritto di studiarmi la prossima relazione prima di rilasciare una mia valutazione e accusare gli Stati Uniti di un tentativo di “imporre la loro posizione dominante”.
Il Consiglio per adottare una risoluzione richiede nove voti, ma cinque paesi – Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia e Stati Uniti – possono bloccare l’adozione con il loro potere di veto.

Più di 90 persone sono morte nell’attacco con il gas nervino a Khan Sheikhun che ha attirato l’oltraggio globale ed ha spinto gli Stati Uniti a sparare i missili da crociera contro una base aerea siriana da cui, secondo l’Occidente, è partito l’assalto a base di gas.
Il mese scorso i ricercatori delle Nazioni Unite per i crimini di guerra hanno dichiarato di avere prove che la forza aerea siriana era dietro l’attacco, nonostante le ripetute negazioni di Damasco.

La Russia sostiene che l’attacco sarin, probabilmente è stato causato da una bomba a terra, non da un attacco siriano, come affermato dall’ovest.
Mentre l’OPCW ha stabilito che nell’attacco di aprile è stato utilizzato sarin, non ha nessun mandato per attribuire una colpa, ma lascia tale decisione a JIM. Da parte sua JIM ha già concluso che le forze governative siriane sono responsabili di attacchi di cloro su tre villaggi nel 2014 e 2015 e che lo Stato islamico ha usato gas di senape nel 2015.
L’OPCW sta rivedendo più di 60 casi di presunto impiego di armi chimiche in Siria, tra cui un attacco sarin recentemente scoperto in un villaggio, avvenuto il 30 marzo.

La decisione russa però, ci porta ancora una volta a pensare alla necessità di un rinnovamento della struttura del Consiglio di Sicurezza, anche se non dobbiamo dimenticare ciò che ha detto lo stesso portavoce UN, Stephane Dujarric, “riformare un’organizzazione, le cui regole sono state progettate nel 1945 per asservire uno scopo puramente negoziale, e trasformarle in strumenti efficaci orientati all’azione, è un processo complicato”.

Tecnicamente questo significa che le modalità con le quali si sono formate (e riformate) queste istituzioni nel tempo, continuano ad avere un impatto sul modo in cui queste attuano nuove riforme, gestiscono le loro attività sul campo e rispondono ai cambiamenti del sistema. Questo, in gergo, si chiama “path dependence“. Per renderlo con un paragone più prosaico, se la nostra utilitaria è stata progettata per essere un pratico mezzo di locomozione in città, non ci si può aspettare che, cambiando le gomme, diventi un’affidabile fuoristrada in grado di attraversare dune di sabbia e guadare torrenti.

Stiamo dicendo che le possibilità di riformare le Nazioni Unite restano pura utopia? La risposta, almeno per ora, è sì. I tentativi ci sono (stati), nella maggior parte dei casi orientati a “sburocratizzare” apparati percepiti come costosi e poco dinamici. Ci ha provato Kofi Hannan che, con l’istituzione dell’Office of Internal Oversight Services (Oios), avviò un piano di razionalizzazione – costato “appena” 17 milioni di dollari – per mezzo del quale furono denunciati sprechi e frodi per 250 milioni di dollari e, conseguentemente, licenziati più di 1000 dipendenti. Oggi l’Oios conta più di 350 staffers e gestisce un budget di 61 milioni di dollari l’anno. Sono stati sostituiti la routine con le iniziative, la continuità con flessibilità, e le regole con risultati. Ma nel concreto questi sforzi organizzativi sono diventati a loro volta altamente formalizzati e, invece di snellire i processi, hanno contribuito a ingessare ulteriormente il decision-making e ingigantire la già pesante macchina organizzativa. Siamo di fronte al paradosso per cui i tentativi di riforma generano ulteriori necessità di riformare l’apparato che li ha intrapresi.

Qui potrebbe subentrare la tentazione di addurre l’incapacità dell’Onu di riformarsi a questioni di natura politica, eppure questo è vero solo in parte. Come spiega Tine Hanrieder, il problema risiede piuttosto nell’approccio che i leader delle varie Organizzazioni facenti capo all’Onu (e gli Stati membri che la sostengono) hanno nei confronti del tema. Gestendo meglio i bilanci ed il personale, si scongiurerebbe il pericolo di bloccare fondi alle Agenzie che ne hanno bisogno, per poi sperperali in attrezzature senza personale per gestirle (si pensi al caso WHO-Ebola). Usando un sistema di ri-allocazione più flessibile si eviterebbe di raccogliere finanziamenti vincolati ad obiettivi troppo specifici (denaro che spesso non viene speso).

Infine, usando un sistema di valutazione indipendente rigoroso sulle operazioni pianificate dai funzionari a New York, sarebbe garantito il rispetto delle responsabilità anche in casi gravissimi come quelli avvenuti in Repubblica Centrafricana, in Ucraina con il volo MH17, ed ora in Siria.

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