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22 settembre 2018

Donbass: nuove tattiche del Cremlino | Ucraina


L’annessione della Crimea da parte della Russia ha dato un grande impulso politico al suo ideatore, il presidente russo Vladimir Putin, tanto che gran parte della popolazione sta ancora sostanzialmente sostenendo “il ritorno a Mosca” della penisola ucraina. Tuttavia, le parti delle due regioni ucraine di Donetsk e Lugansk (Donbass), territori dove si sono insediate le truppe russe e i suoi gruppi militari, sembrano soffrire di una certa “dimenticanza” da parte del Cremlino, tanto da far temere ai russi di essere vicini ad una grande guerra con l’Occidente.

Questi atteggiamenti, particolarmente vicini alla vigilia delle elezioni presidenziali, hanno spinto Putin ad adottare quello che un commentatore russo lo ha definito “una falsa demilitarizzazione”. In particolare, ha insistito l’esperto russo, il Cremlino attuerà un piano che gli permetterà di mettere fine alle perdite militari russe e ai rischi all’estero.

Finora però, non ci sono prove che possono confermare che Putin si sta effettivamente preoccupando di “una offensiva per la pace”, cioè che stia cambiando il suo piano di destabilizzazione dell’Ucraina, e, in ultima analisi, di non voler più dominare il suo vicino. Alcuni commentatori di Kyiv hanno addirittura sostenuto che a breve avrebbe potuto lanciare un nuovo attacco su scala globale in tutto il paese. Anche se, per almeno due motivi, fino a dopo le elezioni del prossimo marzo una tale mossa è estremamente improbabile. In primo luogo ci sono preoccupazioni per la stessa campagna presidenziale: Putin è ben cosciente che una escalation armata in questo momento, soprattutto se dovesse provocare importanti perdite russe, gli farebbe più male che bene davanti ai suoi elettori. In secondo luogo, il periodo stagionale non è consigliabile: attaccare in inverno è difficile e concede molti vantaggi ai difensori.

E, anche se oggi nel Donbass c’è un’intensa escalation della guerra, non è ai precedenti livelli di intensità. Invece c’è un incremento di complicazioni in altre aree – ad esempio in Ucraina è aumentato il numero di omicidi politici. Non si può affermare con certezza che si debbano mettere sul conto alla Russia, ma è ovvio che la maggior parte di questi sembrano essere tali. Questo non è un ritorno ad una guerra su larga scala, ma c’è la sensazione che il conflitto sia in una fase nuova.
Molte cose sono successe nel 2017 – il blocco economico, la Russia ha riconosciuto i passaporti emessi dalle autorità locali, c’è stata una “nazionalizzazione” delle proprietà ucraine nel Donbass, i cicli di negoziazione di Volker; ma ciò che è importante è che cominciano a manifestarsi dei cambiamenti. All’orizzonte si sta delineando una situazione carica di difficoltà, i cui effetti potrebbero durare 15 o 20 anni, ma l’equilibrio di oggi è molto instabile, ed è improbabile che possa continuare.

Si può trovare una qualsiasi via d’uscita? Buona, o cattiva? Bloccare il conflitto? Non si sa, ma le dinamiche sono esattamente in queste domande. Nessuno sa di cosa si sono parlati Volker e Surkov. Ci sono segnali di cambiamento, mettiamola così. Ma ci sono anche avvisaglie che la Russia è in parte consapevole della terribile confusione che ha creato. Lei è alla ricerca, se non di un’uscita, di modi per ridurre il costo di questo disastro – finanziario e di reputazione.

In effetti, il Cremlino sembra aver trovato un modo per continuare “astutamente” la sua forma di aggressione “ibrida” destinata ad indebolire lo stato ucraino e a ridurre così le probabilità che l’Occidente possa fornire a Kyiv le armi letali di cui ha bisogno. Questa era la logica celata dietro all’utilizzo dei “piccoli uomini verdi” in Crimea nel 2014. E rimane la base delle politiche russe nel Donbass, dove Mosca continua a negare di essere lei l’artefice dello spettacolo, come altrove in Ucraina, in cui invece, ancora il governo russo, tramite la corruzione e la violenza mirata, attacca i suoi avversari.

Una nuova forma “ibrida” che attualmente sembra in esecuzione in Ucraina, è la promozione della Atamanshchina, cioè l’attuazione di “uno spaventapasseri” progettato per intimorire gli ucraini e demoralizzare i loro sostenitori occidentali, visto inoltre come un utile mezzo per diffondere l’influenza russa oltre i confini dell’occupata Crimea e dello schiacciato Donbass. Il termine non è molto familiare, ma occupa un posto importante nel pensiero russo e ucraino. Secondo lo storico americano Canfield F. Smith, il termine russo “connota in una parola” un “concetto che in altre lingue per descriverlo necessita di più termini” (Canfield F. Smith, “Atmanshchina nell’Estremo Oriente russo”).

In generale scrive Smith, il suffisso “-shchina” “significa” azione malvagia del “nome che la precede”, quindi la “Pugachevshchina” è stata la rivolta contadina contro Caterina la Grande, guidata da Yemelyan Pugachev, e “Yezhovshchina” è riferito al più sanguinoso periodo di repressione di Joseph Stalin negli anni Trenta. Ma la sua applicazione più frequente è stata verso i leader partigiani (atamani) di entrambe le parti della Guerra civile russa, 1917-1922, e soprattutto nelle zone geografiche che ora sono l’Ucraina e l’Estremo Oriente russo. Molti degli atamani di quel tempo erano poco più di briganti che mantenevano il loro potere con mezzi brutali. Spesso non avevano avevano nessuna ideologia – molti di loro cambiavano parte anche durante le lotte, si appoggiavano a chi offriva di più. Con queste azioni, questi piccoli comandanti spesso guidavano la popolazione su cui reputavano di avere il comando, nelle mani di chiunque offrisse loro vantaggi.

Un anno fa circa, noi abbiamo espresso preoccupazione, che i problemi all’interno della catena di comando dei separatisti nel Donbass avessero portato all’ascesa della atamanshchina, perché sembrava che Mosca li volesse sopprimere. Adesso, tuttavia, molti osservatori russi non stanno osservando questo fenomeno come una minaccia agli interessi russi, ma come una tattica che li può far avanzare – a costi e rischi relativamente piccoli.

Durante un commento sulla televisione Tsargrad, il canale ufficiale e più influente del Patriarcato di Mosca, Dmitry Pavlenko ha sostenuto che l’Ucraina “la attende un nuova Atamanshchina”, e non solo nel Donbass, ma in tutto il Paese, e che è organizzata da persone locali armate e con un programma anti-Kyiv. Il suo entusiasmo, per un qualcosa che gli ucraini e altri per le loro precedenti esperienze hanno una buona ragione di temere, suggerisce che Mosca accoglie la tendenza. E che forse il Cremlino si sta veramente adoperando per promuoverla, consegnando armi e soldi a coloro che aspirano al potere regionale come versioni aggiornate degli atamani nella guerra civile russa.

Pavlenko sostiene che un “Atamanshchina 2.0” sia conforme al principio hegeliano che quando la storia si ripete, quella che una volta era una tragedia, ora torna come una farsa. Inoltre, ha affermato che questa rinascita, non solo ricorderebbe tutte le brutalità dei primi atamani, molti dei quali erano notoriamente antisemiti, ma portano anche alla completa frammentazione dell’Ucraina – un qualcosa a cui Kyiv e l’Occidente si oppongono, ma che Mosca ha già dimostrato d’essere disposta a promuovere.

Di conseguenza, nelle prossime settimane e mesi, è probabile che si noti la comparsa di figure “atamane” in alcune parti dell’Ucraina, soprattutto perché sembra che ora non godano del sostegno del popolo ucraino, ma dei poteri che si trovano nel Cremlino.

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