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18 novembre 2017

Il Cremlino annoda Rosneft alla Cina | Russia-Cina


Rosneft, ditta petrolifera di proprietà dello Stato russo, è un gigante che orchestra enormi progetti e sul palcoscenico globale si propone come elitario.

Recentemente ha annunciato un programma di vendita di titoli per un valore di 1,3 trilioni di rubli (22,53 miliardi di dollari). La raccolta di fondi non verrà solo utilizzata per le necessità correnti dell’azienda, ma contribuirà anche a garantirne la sua capacità finanziaria, conservandola così come uno dei più visibili ed importanti strumenti di politica estera della Russia.

Rosneft sta riuscendo nei suoi intenti, anche se le sanzioni occidentali, specialmente quelle degli Stati Uniti, la stanno danneggiando insieme ad altre imprese energetiche russe. Infatti, in parte a causa delle sanzioni, Rosneft ha dovuto mettere in stand by le sue operazioni nel Mar Nero, dove ha sospeso fino al 2022, una sua licenza per l’esplorazione, la produzione di petrolio e di gas naturale.

Ciononostante, e come dimostra l’emissione delle obbligazioni, Rosneft non è disposta a soffrire, e tanto meno lo è il presidente Vladimir Putin. L’amministratore delegato della società, Igor Sechin, ha pubblicamente sostenuto, che “secondo la sua opinione, mentre i consumi di petrolio e gas nei prossimi 30 anni potrebbero lentamente diminuire in tutto il mondo, i combustibili fossili, comunque, rimarranno fonti primarie di energia”. L’implicazione è, che la Russia e le società come Rosneft, utilizzeranno gli idrocarburi quali principale fonte di reddito, ricchezza e forza.

Nel corso dell’ultimo anno, Rosneft e le compagnie petrolifere cinesi, Sinopec e CEFC China Energy si sono impegnate in una complessa serie di operazioni, le cui conseguenze stanno solo ora diventando chiare. Nelle transazioni sono coinvolte anche imprese del Golfo e oscure società di holding, come Glencore Plc. Esse chiaramente evidenziano le principali politiche statali cinesi e russe, nonché i potenziali benefici che ne avranno le loro élite chiave, come Sechin in Rosneft, e presumibilmente altri uomini d’affari e funzionari russi e cinesi ben collegati.

Nel mese di settembre, Glencore e Qatar Investment Fund hanno venduto il 14,16 per cento delle azioni di Rosneft a CEFC per 9,1 miliardi di dollari. Sotto questo accordo, Rosneft venderà alla Cina, a partire dal 2018, circa 220.000-260.000 barili di petrolio al giorno; ma si prevede che la dimensione massima dell’operazione possa quadruplicare, quindi possa arrivare fino a 840.000 barili al giorno. Questa convenzione sostituisce l’accordo del 2016, effettuato tra il Qatar Investment Fund e Glencore per il 19,5% delle azioni di Rosneft, e trasferisce la maggior parte delle azioni a CEFC China Energy. Quest’ultima è formalmente una società privata, ma chiaramente ha il sostegno statale.

È chiaro, sia dalle affermazioni dei giocatori coinvolti, per il fatto che Sechin controlla Rosneft e che le intese sono secretate da società offshore, che gli accordi si avvalgono del sostegno statale, sia del governo russo che cinese. E il fatto che Rosneft e CEFC ora sono partner, rende notevolmente più facile vendere petrolio russo in Cina, anche attraverso l’iniziativa “One Belt, One Road” (OBOR). Dal lato cinese, non è difficile capire le ragioni del suo sostegno: estende i suoi legami e influenza su Rosneft, ottiene forniture di petrolio affidabili (spedite via terra) che non possono essere vietate e nemmeno ostacolate da potenze marittime straniere; inoltre, rafforza OBOR, rendendolo sempre più un programma credibile e lega Rosneft alla Cina, che fornirà quindi il petrolio destinato originariamente all’Europa. In modo meno trasparente, presumibilmente la Cina ora avrà un modo funzionale – e opaco – per “corrompere” con i contanti i funzionari russi di alto livello, di cui Mosca ne ha disperatamente bisogno.

Dal punto di vista russo nel frattempo, queste complesse trattative con Glencore, il Qatar Investment Fund (QIF) e la Cina consentono a Mosca di raggiungere altri obiettivi chiave. Già nel 2016, i media russi avevano riferito che Putin stava cercando di vendere la stessa quantità di azioni Rosneft – 19,5 per cento – alla Cina e all’India e che finalmente la sua operazione era riuscita attraverso la vendita di Rosneft a Glencore e QIF. Per comprare le azioni Rosneft, CEFC China Energy avrebbe pagato 9,1 miliardi di dollari – 4 miliardi di dollari provenienti dalla propria cassa e 5,1 miliardi di dollari da un prestito esteso della VTB Bank, governata dalla Russia – che avrebbe anche obbligato lo Stato russo a ridurre il suo budget. Nel frattempo, prima della vendita originale a Glencore e QIF nel 2016, Rosneft ha rilasciato 10 miliardi di dollari di obbligazioni a VTB; la quale, ora con la operazione attuale, sta riportando a casa gran parte dei suoi soldi e, presumibilmente, il resto andrà a Rosneft e anche al bilancio statale di Mosca.

Inoltre, vendendo il petrolio alla Cina attraverso il territorio del Kazakhstan, Mosca coopta Astana, la cui produzione petrolifera sta aumentando, e le impedisce di potersi sostituire ai produttori russi sul mercato cinese. Invece, il petrolio del Kazakhstan probabilmente andrà sul mercato domestico russo o in Europa (tramite le condutture russe), in modo tale che Mosca ne tragga profitto.

Se l’intreccio di operazioni finanziarie vengono considerate tutte assieme, si nota che i fondi raggiungono Mosca – a cui danno modo di finanziare il proprio budget – il gigante del petrolio russo – che attraverso ombrosi schemi di privatizzazione sostanzialmente costituisce delle sofisticate versioni di riciclaggio di denaro attraverso VTB – e crea accoglienti relazioni con opache entità imprenditoriali che godono del sostegno statale nel Golfo e in Cina. Questi meccanismi, sono anche parte di un più grande processo con il quale Rosneft ha preso la guida di ciò che Dmitri Butrin definisce “governo corporativista 2.0”.

Bisogna notare che Butrin coniuga giustamente il termine “corporativismo” con il suo progenitore, Benito Mussolini, e collega le evoluzioni di Rosneft all’idea che il Cremlino stia cercando di creare un qualcosa di simile per lo Stato russo. Questi schemi inoltre, consentono a Rosneft di espandere la propria strategia e di avere l’opportunità, curando nel contempo gli interessi dello Stato e facendo avanzare il programma di politica estera russa, di investire in aree a rischio. Il quadro, ci aiuta ora a spiegare l’investimento di 13 miliardi di dollari che Rosneft, lo scorso anno, ha fatto nella società indiana, Essar Oil.

Ma le ambizioni di Sechin vanno oltre. Rosneft è stata anche il punto
di forza di Mosca nella sua politica in America latina dove, con con Sinopec, sta ora cercando di accaparrarsi dei progetti di petrolio e gas a Santa Cruz. Un altro esempio dell’impegno russo ad usare la leva finanziaria ed energetica per espandere la sua forza. Ma nonostante i vantaggi personali e sociali che in questo caso coinvolgono i partner russi e cinesi, un approfondimento su questa alleanza evidenzia il fatto che la Cina è il terzo azionista di Rosneft e un suo importante creditore. Tutto ciò porta ad una domanda: chi è il cavallo? Chi è il fantino di questa partnership economica?

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