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18 novembre 2017

Putin: può volere la pace in Ucraina? | Ucraina


Dopo la pubblicazione dell’intervista ad Andrei Piontkovsky, nella quale si sosteneva principalmente che la Russia sta cercando dei modi “idonei” per uscire dalla scena ucraina, sono arrivati nell’email personale molti commenti più o meno coerenti. Alcuni mi hanno fatto sorridere, altri un po’ meno, ma comunque in ogni caso mi hanno stimolato un pensiero, seppur in contrasto con quello di Piontkovsky.

Immaginiamo una scena: una zona desolata alla periferia di una sopravvissuta città al confine dell’Ucraina orientale. Il personale dei servizi di emergenza scava metodicamente un punto in cui si nota che tempo prima c’è stato un movimento terra, mentre tutto attorno ci sono giornalisti, troupe televisive e operai. Siamo nel mese di settembre 2020. È stata scoperta un’altra tomba di massa.

Questo maestoso scenario, ma assolutamente immaginabile, è forse il motivo più convincente che ci chiarisce il perché il presidente russo, Vladimir Putin, non potrà mai volere i peacekeeper dell’ONU, ma inoltre non potrà mai lasciare incustodite le terre che ora ha occupato. Il desiderio di non far apparire al pubblico internazionale le prove dei crimini di guerra, è solo una delle tante ragioni per cui non è possibile una prospettiva di pace, ma è anche insopportabile dal punto di vista di Putin. E, mentre il leader russo può veramente desiderare di abbandonare il “caos che ha creato in Ucraina”, diventa difficile vedere come potrebbe farlo senza corteggiare un disastro.

Innanzitutto, qualsiasi ritiro russo dal Donbas apre una vera scatola di rivelazioni di Pandora. Il generale coinvolgimento del Cremlino nell’Ucraina orientale è da tempo considerato come il peggior segreto mondiale, anche se i dettagli del ruolo russo rimangono sempre legati a conferme di terzi e furiosi dinieghi degli interessati. Certo, che se Mosca ritirasse le sue truppe, tutto cambierebbe drammaticamente: al quadro intricato della guerra segreta verrebbe tolto il velo e a Putin “inaspettatamente” si chiederà conto delle vite che ha sacrificato e delle sue infinite bugie.

Anche i più vecchi campi di battaglia sono ancora in grado di produrre indizi, quindi è ragionevole supporre che le prove dei crimini di guerra russe abbraccino le città e i paesini del Donbas. Gli eserciti di giornalisti e attivisti della società civile, non appena riceveranno la possibilità d’accesso, sono già pronti a pettinare l’intera regione ora succube delle forze ibride russe. Accanto a loro, alla ricerca di tracce delle persone scomparse, ci saranno anche intere famiglie, sia di un lato che dell’altro del conflitto. Ora, abbiamo un’idea di quello che è il Donbas grazie al costante flusso di foto e video correlati al volo Malaysia Airlines MH17, che ci vengono proposti ancora dal 2014. Le informazioni, che si sono rivelate cruciali per identificare l’unità militare russa che ha abbattuto l’aereo, sono semplicemente la punta dell’iceberg. Oltre alle tombe di massa, un soldato russo – rinnegato dal Cremlino – ha rivelato tutto, dalle camere di tortura alle fabbriche svuotate e rese centri di prigionia e di morte.

La Russia, limitando tutte le informazioni all’interno e fuori della regione, è riuscita ad impedire che le sue attività in Ucraina orientale diventassero parte nota. Sin dai primi giorni del conflitto per i giornalisti ucraini c’è il divieto assoluto di ingresso, mentre nell’ultimo anno è diventato impossibile l’accesso anche per i più accattivanti giornalisti internazionali. Se la Russia dovesse cedere il controllo fisico della zona di conflitto, da subito sorgerebbero dure accuse di crimini di guerra e altre rivelazioni che per lei sarebbero solo di danno.

A quel punto, l’oltraggio internazionale diverrà un dato, anche se tuttavia, probabilmente il Cremlino sarà più preoccupato della potenziale reazione in casa. Lo stesso pubblico abituato alla disinformazione quotidiana, come lo sono i moderni russi, può non accettare passivamente la notizia che i loro leader hanno usato questi ultimi quattro anni per sviluppare un’illegale guerra segreta contro un vicino, contro il loro popolo “fratello”. Quando emergerà la prova delle atrocità, Mosca rischia di rispecchiare un piccolo momento della tarda era sovietica, quando la disgregazione perestroica ha a lungo consentito alle autorità comuniste di compiere segreti reati per sigillare il destino dell’impero moribondo. Putin ha trascorso gran parte degli ultimi diciassette anni per cercare di tappare, riparare questo danno e ricostruire un senso di orgoglio nazionale. È improbabile che possa volere una ripetizione.

Al di là di queste preoccupazioni immediate, Putin affronta la questione più ampia degli obiettivi di guerra. Il vincitore può aspettarsi di ricevere il beneficio del dubbio, ma qualsiasi accordo di pace che lascia l’Ucraina fortemente radicata nel campo occidentale, rappresenterà un ritardo catastrofico per gli interessi russi. A questo proposito, la guerra di Putin è già stata disastrosa, ha alienato un’intera generazione di ucraini ed ha accelerato nella Nazione ucraina, a scapito delle ambizioni imperiali russe, la costruzione di un processo post-sovietico. Fintanto che la guerra rimbomba, Putin può rimandare l’inevitabile dibattito interno della perdita dell’Ucraina; ma una volta che verrà stabilita la pace, non gli sarà più possibile ignorare questa scomoda realtà.

Per Putin, proprio perché sfruttando l’attacco all’Ucraina ha avuto così tanto successo nel mobilitare il sentimento nazionalistico all’interno della società russa, ora qualsiasi sua recriminazione diverrà particolarmente pericolosa. Dal 2014, decine di migliaia di filo-russi sono fuggiti dall’Ucraina orientale. Molti membri delle forze ibride del Cremlino sono mercenari e “soldati” provenienti dall’esercito regolare russo, ma una parte significativa sono fanatici e veri credenti, sono ispirati dai discorsi di Putin che bisogna difendere il “mondo russo” dall’insediamento occidentale. Milioni di persone, nella narrazione di una ripresa rinascimentale della Russia, hanno accettato le difficoltà materiali e le passività politiche quali prezzi da pagare per far ritornare la loro nazione una grande potenza.

Ma ora è probabile che non siano molto soddisfatti nel vedere che l’Ucraina si integra nell’UE, mentre la Russia, con il pieno controllo del suo Donbas occupato, raccoglie i pezzi della sua rovinosa condizione internazionale. Putin finora ha cavalcato la tigre patriottica con grande abilità, ma se cerca di smontare si trova davanti una questione completamente diversa.

L’ottimismo iniziale che ha generato l’improvvisa volontà di Putin a sostenere una missione ONU, è completamente erosa dalle realtà russe. Numerosi commentatori e ministri governativi hanno risposto con entusiasmo alla proposta di settembre di Putin, ma ogni sobria valutazione della situazione porta alla conclusione che con questi presupposti non è possibile un duraturo insediamento di pace. La proposta dei peacekeeper di Putin non soddisfa i requisiti minimi per una risoluzione del conflitto e porta tutti i segni distintivi di un gesto opportunistico. Potrebbe essere un ulteriore tentativo per scoraggiare l’America dal fornire armi all’Ucraina, mentre posiziona Mosca in una luce più favorevole. Potrebbe essere una prova per congelare completamente il conflitto e solidificare de facto il controllo del Cremlino nei territori occupati in Ucraina orientale. Potrebbe anche essere la solita bugia di Putin, che al Forum Apec in Vietnam ha affermato: “Pacekeepers? Non ho mai sentito nulla di simile. Non so. Impossibile, non esiste!”. Ma in ogni caso, non è certamente il primo passo sulla via della pace e nemmeno per l’uscita dal Donbas.

Questo non significa che non si possa più fare nulla. L’Ucraina e i suoi partner internazionali possono sempre operare in modo produttivo per ridurre l’immediata minaccia di nuovi spargimenti di sangue, anche negoziando in modo più convinto il ritiro delle armi pesanti dalla linea di contatto. Gli sforzi umanitari potrebbero ristabilire una parvenza di normalità, fronteggiare le comunità e sostenere l’integrazione degli sfollati nella più vasta società ucraina. Kyiv può concentrarsi sulla costruzione di maggiori capacità difensive, con o senza l’aiuto delle armi letali degli Stati Uniti, rafforzando nel contempo il suo arsenale di soft power e perseguendo l’ulteriore integrazione euro-atlantica. Quando ai suoi cittadini l’Ucraina si proporrà come un paese migliore da vivere, a quel punto sarà molto vicina ad una più decisiva e sostenibile vittoria di quella ottenuta con le baionette.
Tutto ciò avverrà in un contesto di continuo conflitto a basso livello.

L’attuale guerra ibrida sembra che sia la nuova norma per un certo tempo, con il suo costo giornaliero di morti, assassini politici e attacchi cyber, insieme a qualsiasi altro atto di aggressione non convenzionale che evoca il Cremlino. Questa è una prospettiva comprensibilmente invadente per gli ucraini ordinari, ma l’Ucraina non è la prima nazione costretta a vivere a contatto con un vicino ostile. Una volta che sarà stata contenuta l’immediata minaccia militare e quando verranno attuate le adeguate misure di sicurezza atte a ridurre al minimo la minaccia ibrida russa, non c’è ragione per cui il paese non possa prosperare.

Sarà difficile per l’Ucraina, ma l’atteggiamento di Putin lo rende praticamente inevitabile. Il leader russo si trova incessantemente impigliato nella propria rete di inganni e in Ucraina orientale sembra essere bloccato, incapace di avanzare o di ritirarsi. Può non essere in grado di aumentare la guerra, ma non osa nemmeno iniziare la pace.

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