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19 novembre 2017

Russia: l’agricoltura rivive l’era post-sovietica? | Russia


Cronicamente, nella maggior parte degli ultimi cento anni, la Russia non è stata in grado di fornire ai propri cittadini una quantità o un volume sufficientemente elevato di prodotti alimentari.

Tutti gli “sforzi eroici” del popolo sovietico sono culminati nel fatto che durante il periodo 1980-1985, l’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (URSS) è stata costretta ad importare più di 30 milioni di tonnellate di grano all’anno, con un picco di 35,5 milioni di tonnellate nel 1984-1985.

La crisi economica degli anni ’90, tuttavia, ha avuto un effetto contrastante sull’agricoltura russa: da un lato ha provocato un forte calo dei volumi (la produzione di cereali è scesa da 106,6 milioni di tonnellate nel 1985 a solo 47,8 milioni di tonnellate nel 1998, e il numero dei bovini è sceso da 59,6 milioni di animali a soli 28,5 milioni nello stesso periodo); ma d’altra parte i prezzi dei beni agricoli sono aumentati, consentendo al settore di svilupparsi in condizioni di nuovo mercato.

Nei primi anni 2000, dopo la devastante svalutazione della moneta nazionale nel 1998-1999 (un dollaro è aumentato da 6,4 a 30,7 rubli), il mercato interno ha messo da parte i prodotti alimentari importati. Allo stesso tempo, i produttori russi hanno drasticamente ridotto i loro costi di produzione, portando nel 2001/2002 le esportazioni di tutti i tipi di cereali a 7,1 milioni di tonnellate, la prima volta in oltre 70 anni. Ricordiamo che in tutto lo spazio post-sovietico c’era un trend simile, anche se era limitato quasi esclusivamente all’allevamento dei vegetali e non per gli animali (ad eccezione dell’industria del pollame).

Negli ultimi mesi, la Russia è emersa come il più grande esportatore mondiale di cereali (le cifre prospettiche per il 2017/2018 sono attualmente stimate sull’ordine di 35 – 37 milioni di tonnellate. (L’export ucraino non è molto lontano da tali valori, 34 – 35 milioni di tonnellate). Il Kazakistan occupa il settimo posto a livello mondiale con 9 milioni di tonnellate. Inoltre, l’Ucraina è diventato il leader mondiale sia nella produzione di semi di girasole, che nell’esportazione di olio di semi di girasole; ha il terzo posto a livello mondiale nell’esportazione di orzo e il quarto nell’esportazione di mais. Questi dati russi sono infatti risultati notevoli ed hanno anche sollevato preoccupazioni internazionali per una nuova capacità russa a dominare il mercato globale.

Eppure, non si dovrebbe sopravvalutare la rinascita agricola russa.
Ci sono da considerare alcuni aspetti. Innanzitutto, anche se la produzione agricola è costantemente aumentata da 67,0 milioni di tonnellate nel 2003, a 135,8 milioni di tonnellate nel 2017, il grano russo (e ucraino) hanno una qualità più scadente rispetto alle colture coltivate negli Stati Uniti o nell’Unione Europea. In parte, ciò è dovuto a fattori climatici, ma anche a causa dell’uso estremamente basso di fertilizzanti e della mancanza di moderne tecniche di produzione nelle fattorie russe. Pertanto, la maggior parte della raccolta annuale russa va a finire nei mercati periferici, come l’Egitto, la Turchia, l’Iran o l’Indonesia, e lo stesso vale per la coltura ucraina. Pertanto, mentre le esportazioni russe possono competere con i cereali degli Stati Uniti e dell’UE su scala globale, non possono essere considerate pari avversari nei mercati sviluppati.

In secondo luogo, la Russia non è riuscita a sviluppare correttamente l’industria di allevamento di animali; pertanto, è improbabile che si concretizzi un’espansione delle esportazioni in questo settore. Nel 2016, i prodotti animali rappresentavano l’11,2 per cento delle esportazioni agricole russe (esclusi i pesci e i frutti di mare) e il 13,4 per cento dell’Ucraina. Nel frattempo, la cifra per la Francia ha superato il 40 per cento. Infatti, sia in Russia che in Ucraina le esportazioni di cereali sono in aumento anche per il fatto che le colture interne non vengono assorbite dalle industrie di allevamento di bestiame e pollame (dai primi anni 2000 in Russia il numero di bovini sta diminuendo ogni anno, attualmente raggiunge i minimi storici di 18,7 milioni di animali). Ognuna delle repubbliche post-sovietiche rimane un importatore netto di carne bovina, latte, formaggio e cibi elaborati, e questo trend non cambierà molto presto.

In terzo luogo, il meteorico aumento dei settori agricoli e alimentari russi è iniziato dopo che il governo ha introdotto le sue “contro sanzioni” contro l’Occidente, proibendo le importazioni di prodotti agricoli dall’UE, USA, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Giappone; ma questa politica ha portato un costo serio: un tremendo declino della qualità di molti prodotti a causa dell’improvvisa mancanza di concorrenza. Alla fine del 2015, anche gli esperti ufficiali nazionali hanno scoperto che il 78,3% del formaggio e circa il 25% degli altri prodotti caseari disponibili in Russia, erano in un modo o nell’altro falsificati.

Di fronte alla diminuzione della domanda dei consumatori, i produttori nazionali hanno deciso di utilizzare i succedanei, al posto degli ingredienti tradizionali, che hanno un costo più basso: le importazioni russe di olio di palma a basso prezzo, spesso aggiunto ai latticini e nella pasticceria, sono triplicate dal 2012 al 2016. Ciò ha reso la Federazione Russa da marzo 2015, il più grande importatore mondiale di olio di palma. Pertanto, è improbabile che la Russia possa apparire in tempi brevi come un esportatore di prodotti alimentari di alta qualità.

Senza dubbio, la Russia e gli altri stati post-sovietici hanno sperimentato una svolta drammatica nei loro settori agricoli. Per la prima volta in un secolo, questi paesi sono diventati autosufficienti per certi tipi di cibo. L’agricoltura ora rappresenta il 6,5% del PIL e il 6% delle esportazioni della Federazione Russa; ma ancora più impressionante è che il settore agricolo rappresenta il 12,1 per cento del PIL e il 37,9 per cento delle esportazioni ucraine. In quanto tale, l’agricoltura è, e rimarrà un motore solido per la crescita in Russia e in tutto lo spazio post-sovietico; anche se negli ex paesi sovietici, il settore continuerà tuttavia a mancare della complessità e della competitività globale che contraddistingue le imprese agricole in Occidente.

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