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18 settembre 2018

L’UE si preoccupa dell’Europa orientale? | EaP


Chi si fosse perso il vertice del partenariato orientale dell’Unione europea a Bruxelles del 24 novembre, non si deve sentire in colpa, è un evento da dimenticare, anche se ha chiarito lo stato delle cose dell’UE in Europa orientale.

La questione di dove si trova il confine orientale dell’Europa ha tormentato gli uomini di stato per secoli; ma ora si sta rivelando altrettanto difficile per l’Unione europea, che deve decidere come trattare con i paesi a est che vorrebbero far parte del club. Il 26 maggio 2008 l’UE ha lanciato il partenariato orientale, destinato a gestire le aspirazioni europee di Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Georgia, Armenia e Azerbaigian. L’idea era quella di promuovere l’integrazione economica e i valori europei e di respingere l’influenza russa, ma senza alcuna promessa che gli Stati partner potessero aderire all’Unione.

Il suo orgoglioso primo vertice inaugurale si è tenuto a Praga il 7 maggio 2009, istigato dai ministri degli esteri svedese Carl Bildt e dal polacco Radoslaw Sikorski. L’8 dicembre 2009 l’UE ha deciso di mettere a disposizione del partenariato orientale 350 milioni aggiuntivi per il periodo fino al 2013, raggiungendo così l’importo di 600 milioni di euro. Dei due eroi dell’integrazione est-ovest, che ora sono fuori incarico, tutti noi ne sentiamo acutamente l’assenza.

L’obiettivo della dichiarazione congiunta iniziale dei sei membri del partenariato orientale era “che il partenariato orientale si sarebbe basato sui principi del diritto internazionale e i suoi valori fondamentali, tra cui la democrazia, lo stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali, nonché dell’economia di mercato, dello sviluppo sostenibile e del buon governo”. Oggi, purtroppo, sembrano solo dei vecchi cartelloni pubblicitari.

Il rafforzamento e il rilancio del partenariato orientale sono stati uno degli obiettivi principali del turno di presidenza del Consiglio dell’Unione europea detenuto dalla Polonia nel secondo semestre del 2011. Il 29 e 30 settembre 2011 la Polonia ha ospitato il vertice regolare del partenariato, il cui centro di discussione sono state le violazioni dei diritti umani in Bielorussia e Ucraina.

Nel novembre 2013 si è indetto il vertice a Vilnius, in quanto Armenia, Georgia, Moldavia e Ucraina avevano negoziato i loro accordi di associazione, compresi i contratti di libero scambio profondi e completi. A Vilnius, l’Ucraina avrebbe dovuto firmare il suo accordo di associazione, ma il presidente della Russia Vladimir Putin ha convinto il presidente ucraino Viktor Yanukovich a non farlo. Il presidente russo aveva già fatto una simile azione con il presidente dell’Armenia, Serzh Sargzian, nel settembre 2013. Solo la Georgia e la Moldavia hanno resistito alle pressioni russe e hanno firmato i loro accordi con l’UE.
Il successivo vertice del partenariato orientale a Riga del maggio 2015 ha segnato un declino. La colpa non è stata di nessuno se non della mancanza di una strategia dell’UE.

È facile deridere quest’ultimo vertice di Bruxelles, e purtroppo ci sono buone ragioni per farlo. Qualsiasi persona attenta non può che essere sorpresa dalla scelta del titolo di questo summit: “Più forti insieme!”: l’UE ha adottato lo slogan della fallimentare campagna presidenziale di Hillary Clinton. Inutile dire che è fallito anche lui. E, come di solito accade con i comunicati delle conferenze internazionali che quando manca la sostanza serve tanto coinvolgimento e resa pubblica, l’UE avrebbe dovuto sopperire a queste manchevolezze, ma non ha provveduto.

In primo luogo, il partenariato orientale comprende sei stati, tre sono democrazie in difficoltà – Georgia, Moldavia e Ucraina, mentre tre sono stati autoritari – Armenia, Azerbaigian e Bielorussia. Al momento non ha senso che l’UE li tenga uniti. Pertanto, è improbabile che l’UE sia in grado di aiutare tre traballanti democrazie, mentre non sta facendo nulla per gli altri tre. Questo è un grave errore.

La principale notizia dal vertice è stata che l’UE ha concluso con l’Armenia un “accordo di partenariato globale e rafforzato”, piuttosto privo di significato, visto che è meno congruo dell’abortivo accordo d’associazione all’UE del 2013. Invece, l’UE avrebbe dovuto adottare una strategia per la Georgia, Moldavia e Ucraina, e dare qualche beneficio alla Georgia, che si è impegnata più degli altri.

La questione più importante di questa regione del mondo è l’aggressione militare russa contro l’Ucraina, iniziata nel 2014. Inutile dire che l’UE non è stata in grado di menzionare l’aggressione militare o addirittura la Russia. Si è fermata con un eufemismo: “L’Unione europea mantiene saldo il suo sostegno all’integrità territoriale, all’indipendenza e alla sovranità di tutti i suoi partner”. L’UE ha messo in chiaro di non offrire nessuna sicurezza o persino interesse alla regione in questione.

Inoltre, ben sapendo che la questione chiave nell’ex Unione Sovietica è stabilire lo stato di diritto e i reali diritti di proprietà privata, l’UE se ne è lavata le mani, affermando che “non si tratta di un obiettivo dell’UE”. La dichiarazione congiunta contiene banalità generali: “I partecipanti al Summit si impegnano a rafforzare la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani e le libertà fondamentali, nonché i principi e le norme del diritto internazionale che sono al centro del partenariato orientale”: i due stati autoritari Bielorussia e Azerbaigian erano seduti allo stesso tavolo, probabilmente il loro stomaco sobbalzava mentre reprimevano le risate.


Uno degli elementi più importanti sarebbe stato un comunicato nel quale si confermava un maggior sostegno finanziario e un maggiore accesso al mercato UE, che è fortemente limitato dalle piccole e numerose quote contenute negli accordi di libero scambio conclusi con Georgia, Moldavia e Ucraina; invece no, l’accordo di libero scambio non è stato nemmeno menzionato.
Dopo aver promesso assolutamente il nulla, la dichiarazione dell’UE ha iniziato a parlare di “altro per di più”, che “andrà a beneficio dei partner più impegnati nelle riforme”; ma non è stato ricordato nulla di quello che sta vivendo il governo georgiano, tuttora riformista, mentre i governi ucraino e moldavo sembra che siano stati dimenticati da questa Commissione europea.

Ciò che l’UE ha effettivamente espresso e messo davanti ai paesi del partenariato orientale a Bruxelles è meno di zero. L’UE non farà nulla per la loro sicurezza; non premierà le buone riforme; non offrirà né un maggiore accesso al mercato, né un significativo sostegno finanziario. Ma c’è qualche paese straniero che per l’UE è più importante dell’Ucraina?
Inutile dire che a questi stati europei non è stata offerta nessuna prospettiva di ciò che desiderano più di tutto, l’appartenenza all’UE, ma forse dovranno essere grati che almeno hanno ottenuto un summit e si sono seduti a fianco dei membri dell’UE. Sembra che questo sia il massimo che oggi Bruxelles è in grado di offrire.

Fonte: elaborazione di un testo del Consiglio Atlantico, con l’autorizazione dell’autore.

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