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22 settembre 2018

Gli squilibri occidentali | Occidente


Washington nel suo rapporto con Mosca sta rischiando di perdersi.
Come osservatore di Russia e dei paesi dell’Est d’Europa, un mio compito è di prestare molta attenzione agli alti e bassi delle relazioni USA/Russia – non limitate a solo queste due, chiaramente – con l’obiettivo di aiutare la stampa e il vasto pubblico a capire cosa sta succedendo.

In circostanze normali, la comprensione è utile per elaborare una migliore politica e per gestire in modo più efficace sia le sfide, che le opportunità che noi occidentali affrontiamo con la Russia. Ma oggi, non ci troviamo in circostanze normali, e non ha molto senso sostenere affermazioni politiche a meno che non accettiamo il fatto che il contesto è quello che appare: triste. Gli Stati Uniti non hanno mai avuto un rapporto più disfunzionale o meno efficace con la Russia post-sovietica di quanto non sia quello di oggi.

E, mentre è più che onesto biasimare per le disfunzioni Vladimir Putin – Donald Trump, Dmitry Medvedev, Barack Obama e altri capi di stato passati e presenti – temo che le cause siano ben più profonde delle sole politiche statali.
Da parte russa, la disfunzione si basa su insicurezze e rimostranze alimentate da teorie cospirative e da narrative storiche ampiamente condivise, tutte situazioni che ammettono il branding degli Stati Uniti come il nemico pubblico numero uno. Si basa anche sulla normale tolleranza russa al consolidato autoritarismo, che parte dal Cremlino, posto all’apice del “potere verticale”, fino ad arrivare ai bulli corrotti e non controllati che si trovano in fondo.

Da parte americana, la disfunzione è diversa, ma probabilmente altrettanto profonda.
Comincia con uno stato d’animo nazionale che combina la paranoia stile Guerra Fredda per lo spauracchio russo, con una visione a “zero” di tutto, dalle tasse alla sicurezza pubblica.

Queste inquietanti tendenze trovano una risonanza positiva in una cultura mediatica, politica e civica in cui ogni sensazione di regole di decenza è stata da tempo calpestata.
Putin è un grosso problema per gli Stati Uniti, così come lo è per i suoi vicini e per la sua stessa gente. In Russia ha annientato ogni gemma di democrazia liberale; ha invaso l’Ucraina per prendersi con la forza un altrui territorio sovrano, al costo odierno di oltre 10.200 vite; ha appoggiato il dittatore Bashar Assad in Siria, inzuppando le sue mani con il sangue di centinaia di migliaia di persone.

Le prove dell’interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016 stanno rapidamente aumentando, mentre manifestano un’azione deliberata apparentemente volta ad erodere la politica democratica, la coesione sociale e le alleanze di sicurezza dall’Europa all’America Latina.
Queste sono minacce gravissime e dovrebbero essere affrontate con chiarezza, forza e determinazione.

Eppure, nemmeno una di queste minacce poste dalla Russia ha una soluzione militare. L’Occidente può colpire i russi duramente quanto vuole, “punirli” per i cattivi comportamenti, ma finché la Russia avrà la capacità di contrattaccare, lo farà e il ciclo continuerà.
Però, una tale continua escalation comporta rischi inaccettabili.

Come ha affermato Ronald Reagan, una guerra nucleare russo-statunitense non potrà essere vinta, e quindi non ha la logica per essere combattuta. Ciò significa che gli occidentali, gli americani principalmente, dovranno fare scelte difficili per quali strumenti di potere nazionale utilizzare per gestire le relazioni con la Russia.

La buona notizia è che l’America ne ha un arsenale impressionante se lo sopportasse in modo intelligente.
Ha l’esercito, che è in ogni caso il più forte del mondo; anche l’economia degli Stati Uniti è la più grande, e supera di gran lunga persino quella di una Cina in rapida crescita come nucleo per gli investimenti e l’innovazione del mondo intero.
Il più grande vantaggio dell’America è stato il suo incomparabile potere morbido: la forza attrattiva della cultura, i valori, la disponibilità a guidare e, quando necessario, sacrificarsi.

Questi punti di forza possono portare a lungo termine alla vittoria contro la minaccia russa – e anche contro qualsiasi altra.
Ma nel frattempo, gli interessi vitali nazionali, tra cui la sicurezza, prosperità e la stessa identità, sono a rischio per la disfunzione che attanaglia la vita nazionale. Questo problema è più grande delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, e va anche sopra la competizione tra Washington e Mosca.

Consideriamo un attimo la Russia di oggi nel dibattito occidentale. È in qualche modo una grande minaccia – apparentemente in grado di rubare tutti i segreti, manipolare i leader, fare il lavaggio del cervello all’elettorato – e tuttavia è anche il bersaglio delle battute, non meritevole nemmeno del riluttante rispetto che un saggio guerriero accorda al suo avversario.
Nella fretta di dissotterrare ed eliminare la nefasta influenza russa dai vari paesi, gli occidentali hanno abbracciato una logica di teorie cospirative e un pensiero strettamente a somma zero che, semmai, dovrebbe essere familiare ai russi per i decenni di vita sovietica e post-sovietica.

In questo clima, gli sforzi per comprendere e spiegare la condotta russa come qualcosa di più che espressioni terrene del male, sono invece condannati come vittorie della propaganda russa, mentre gli appelli per l’impegno diplomatico vengono liquidati come irrimediabilmente ingenui.
Quando si tratta di Russia, semplicemente non c’è più spazio per il pragmatismo che è stato al centro della visione del mondo americano, e questo ha assicurato la sopravvivenza e il successo occidentale, nonostante mezzo secolo di guerra fredda.

Questo non dipende da chi siamo come occidentali. Questo non è come si comportano i bravi ragazzi. E, soprattutto, questo non potrà finire bene.

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