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18 settembre 2018

L’impronta russa si espande | Russia


Come succede a New York, la diplomazia russa è sempre in movimento. La settimana scorsa, per consolidare un ordine postbellico in Siria e per compiere un enorme passo avanti in Sudan, il presidente Vladimir Putin ha condotto una serie di mini summit a Sochi.

Durante i primi incontri, iniziati il 20 novembre, in qualche modo e inaspettatamente è apparso il presidente siriano Bashar al-Assad per discutere, o più probabilmente per udire dalla sua controparte russa i contorni di un processo politico per il “suo Stato” dilaniato dalla guerra.

L’accordo di pace proposto vedrà ancora come presidente al-Assad, mentre verrà indetto un congresso di tutte le fazioni siriane per vagliare la futura costituzione e l’ordine politico del paese.
Due giorni dopo, il 22 novembre, Putin ha incontrato i leader della Turchia e dell’Iran, rispettivamente i presidenti Recep Tayyip Erdoğan e Hassan Rouhani. I tre capi di stato hanno prodotto un documento per indire a Sochi, un “Congresso nazionale di dialogo” per il dopoguerra siriano. E, anche se tutti e tre gli uomini stanno enfatizzando di agire secondo gli orientamenti stabiliti dalle Nazioni Unite per ricostruire un praticabile ordine politico, in realtà la Russia e l’Iran (con la Turchia in scia) stanno perseguendo un proprio programma separato, fingendo di agire sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Come generalmente accade, la politica segue l’esito del campo di battaglia militare, dove la Russia e l’Iran hanno ampiamente prevalso.

In linea con le previsioni, la copertura mediatica russa per l’offensiva diplomatica di Putin a Sochi è stata euforica. Non solo le fonti dei media locali hanno descritto come una vittoria per il Cremlino la fine delle richieste internazionali per la eliminazione di al-Assad, ma alcuni autori hanno affermato che le riunioni di Sochi fossero simili ad una nuova Yalta.

Al contrario, alcune teste più fredde hanno sottolineato che la Russia, l’Iran e la Turchia avessero ancora molto da negoziare e che l’odio e la sfiducia generati e scaturiti dalla guerra civile erano ancora intatti, per cui il raggiungimento della pace fosse più difficile di quanto possa a prima vista sembrare; ciononostante, non appena è stato annunciato il Sochi-3 relativo al “Congresso nazionale di dialogo”, l’incontro iniziale è stato da subito posticipato a febbraio. Chiaramente, portare la pace e l’ordine in Siria sarà più difficile di quanto molti si aspettino. Tuttavia, alcuni commentatori hanno affermato che l’Occidente è stato sradicato senza troppe cerimonie dal Medio Oriente e, come ha dichiarato un’anonima fonte del Ministero della Difesa, “La presenza militare russa nel Mediterraneo orientale è necessaria per mantenere gli equilibri di potere e gli interessi che abbiamo perso dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica [Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche] 25 anni fa”.

Oggi, come in epoca sovietica, il modo di Mosca per garantirsi le basi estere e sostenersi la presenza oltre i suoi confini è attraverso la fornitura di energia e la vendita di armi. Questo processo viene portato avanti con incessante vigore in tutto il Medio Oriente e Africa. A Sochi, questa spinta si è ulteriormente manifestata durante l’incontro del 23 novembre, tra Putin e il presidente sudanese, Omar al-Bashir. Di fronte ai funzionari russi, al-Bashir ha dichiarato di aver cercato la protezione di Mosca perché gli Stati Uniti stavano minacciando il suo governo, anche se è del tutto contrario alla verità. I funzionari russi hanno risposto in modo molto formale: in particolare, il primo ministro Dmitry Medvedev ha parlato di un aumento degli scambi e di cooperazione, dichiarando il Sudan un importante partner in Africa.

Ancora più esplicitamente, il presidente al-Bashir ha discusso con Putin della possibilità di creare una base navale russa sul Mar Rosso. E in risposta, il primo vice presidente del comitato di difesa e sicurezza del Consiglio della Federazione russa (Camera alta del parlamento), Frants Klintsevich, ha accolto favorevolmente la proposta. Il legislatore russo ha affermato che una tale base potrebbe svolgere un ruolo di “eccezionale stabilità” e ha previsto che molti altri stati potrebbero chiedere alla Russia, sulla base del successo siriano, di stabilire una presenza militare permanente sul loro territorio.

Un certo numero di basi navali o di altro tipo è il centro dei concreti obiettivi mediorientali e africani della Russia. Anche se Mosca afferma di voler ridurre le sue forze in Siria, manterrà in ogni caso le sue basi navali e aeree. Mosca sta anche cercando basi aeree o navali in Egitto, Cipro, Libia e potenzialmente anche nello Yemen. Chiaramente, Mosca mira a dominare non solo il Mediterraneo orientale ma anche gli approcci a questa zona, compreso il Canale di Suez e il Mar Rosso. Inoltre, mentre la Russia dispiega i suoi missili a lungo raggio nel Caucaso e nel bacino del Caspio, acquisisce anche nuove capacità, non solo per interdire le forze di attacco occidentali nel Mediterraneo orientale, ma anche in Medio Oriente. E se la Russia riuscisse effettivamente a garantirsi una base in Yemen e / o in Sudan, guadagnerebbe il controllo dello Stretto di Bab-el-Mandeb che entra nel Mar Rosso, oltre all’ingresso del Golfo Persico.

Gli accordi energetici e la vendita di armi al Sudan raccolgono il paese insieme ad altri stati nel Sahel e in Medio Oriente che hanno tutti come obiettivo la protezione dei diritti di accesso, oltre alla leva dei flussi energetici verso l’Europa.

L’incessante diplomazia e attenzione strategica di Mosca contrastano con lo scompiglio della politica statunitense e con l’assenza europea di una reale comprensione strategica di ciò che ora è in gioco nel Levante. Mentre Mosca, come New York City, sembra che non abbiano mai voglia di riposare, l’Occidente rimane sempre assonnato.

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