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12 dicembre 2017

Gli ammiccamenti tra Bielorussia e Occidente   | Bielorussia


Contrariamente alle aspettative, il presidente bielorusso Alyaksandr Lukashenka ha ignorato l’invito personale a partecipare al vertice di Bruxelles del 24 novembre del partenariato orientale dell’Unione europea (EaP), ed ha preferito inviare il suo ministro degli esteri.

La decisione di Lukashenka a non partecipare, è a prima vista inusuale; dopotutto, dopo due decenni di sanzioni occidentali contro il suo paese, il presidente bielorusso avrebbe potuto visitare la capitale europea ed essere visto come il vincitore che è riuscito ad imporre il “pragmatismo” sulle relazioni di Minsk con l’Occidente e a ridurre drasticamente l’enfasi di quest’ultimo per i diritti umani.

“Però, paradossalmente, sembra che come un politico che ha escluso di visitare Bruxelles per 20 anni”, Lukashenka abbia semplicemente determinato che “non aveva niente da fare lì”, ha affermato Artyom Shraibman, sul sito di Carnegie Centre di Mosca. Shraibman ha respinto categoricamente l’opinione che Lukashenka temesse l’ira di Mosca o le richieste dei diritti umani, che ancora una volta potevano essere manifestate dai suoi interlocutori occidentali.

Infatti, come recita la dichiarazione del ministero degli esteri bielorusso, “in diplomazia, una visita del capo dello stato è di solito il culmine degli sforzi reciproci per sviluppare la cooperazione e manifesta il raggiungimento di risultati sistemici profondi”. In effetti, al momento ci sono pochi risultati evidenti. Sì, l’Occidente ha mutato in modo dimostrabile le sue politiche bielorusse, anche senza concessioni da parte di Minsk; ma allo stesso tempo, un processo di semplificazione dei visti tra la Bielorussia e l’UE, in discussione da quattro anni, è bloccato dalla burocrazia di Bruxelles. Non è stato discusso nemmeno il nuovo ampio accordo sui principi di cooperazione. Inoltre, l’intera iniziativa del partenariato orientale ha probabilmente perso la sua spinta, o non l’ha mai avuta dall’inizio.

Yauheni Preiherman, il coordinatore della piattaforma di discussione “Dialogo di Minsk”, ritiene che le relazioni bielorusse-UE affrontino tre problemi: un persistente deficit di reciproca fiducia, interessi istituzionali e personali contro il miglioramento delle relazioni e una mancanza di unità di fronte ad accentuate tensioni geopolitiche. L’essenza della terza incognita è che la Lituania e l’Ucraina sono troppo ansiose di ritrarsi come le ultime trincee della “lotta tra civiltà” tra l’Occidente e la Russia, così fanno il possibile per compromettere Minsk descrivendolo come un alleato fedele a Mosca. A titolo illustrativo, la Lituania nella sua battaglia persa per la centrale nucleare bielorussa, non ha trovato molti sostenitori a Bruxelles, mentre ora l’Ucraina è coinvolta in uno scandalo con la Bielorussia.

Il secondo inghippo riguarda due tipi di attori: la polizia segreta della Bielorussia (KGB) e l’opposizione bielorussa. Entrambi combattono per l’influenza e le risorse, che nel primo caso provengono dallo stato, nel secondo dagli sponsor occidentali. Entrambi questi attori s’oppongono ostinatamente ad un ulteriore miglioramento delle relazioni di Minsk con l’Occidente, poiché ciò potrebbe erodere il loro stesso significato.
Riguardo all’opposizione, il dilemma è stato recentemente invocato nelle interviste rilasciate da Balazs Jarabik e Joerg Forbrig alla nuova rivista online bielorussa, Riforma. Jarabik opera attualmente con il Carnegie Endowment for International Peace, mentre Forbrig dirige il Fondo per la democrazia bielorussa presso il German Marshall Fund degli Stati Uniti.

Per un certo numero di anni, ad entrambi è stato negato il visto bielorusso a causa del loro presunto ruolo nel fomentare una “rivoluzione colorata” in Bielorussia. Oggi i due uomini personificano approcci diametralmente opposti alle politiche occidentali della Bielorussia. Per Forbrig, in Bielorussia non c’è alcuna sostanziale differenza tra “opposizione” e “società civile”; crede che la politica delle sanzioni abbia avuto successo e sia stata annullata per “pura politica”. L’unica concessione che Forbrig da a Minsk è il riconoscimento che il ministro degli esteri, Vladimir Makei “è molto intelligente”.

Jarabik, al contrario, si presenta come un vero convertito al credo di promuovere la democrazia. Con la sua ammissione del 2006, ha fatto del suo meglio per cambiare la politica degli Stati Uniti nei confronti della Bielorussia, basandosi sul fatto che a Minsk una rivoluzione non avrebbe avuto nessuna possibilità di riuscita; ma che se fosse stata innescata avrebbe solo procurato tanti danni. In larga misura, la repressione delle autorità per il raduno post-elettorale a Minsk del 19 dicembre 2010, e le successive angherie, sono da attribuire al fervido desiderio dell’opposizione di annientare il dialogo in via di sviluppo tra Minsk e l’Occidente. Quando le autorità bielorusse hanno indagato sul caso, Jarabik nella sua intervista ha riferito che sono stati investiti da una sorpresa scioccante: “alcuni gruppi dell’opposizione hanno ricevuto finanziamenti sia dalla Russia che dall’Occidente”.

L’oligarca e parlamentare russo Suleiman Kerimov, ora agli arresti in Francia, è stato uno degli sponsor dell’opposizione bielorussa. È lo stesso uomo che ha tentato diversi anni fa di acquistare una società di potassio statale bielorussa, tentativo poi andato a vuoto, ma che ha portato all’arresto da parte delle autorità bielorusse del CEO russo del potassio, Vladislav Baumgertner. Secondo Jarabik, l’Occidente ha deciso di riprendere il dialogo con Minsk perché l’opposizione bielorussa ha scarso sostegno pubblico; l’esperienza ucraina ha fatto riflettere. E infine, perché l’Occidente ha riconosciuto che la qualità della governance è di per sé indipendentemente dalla politica. Quindi, siccome la Bielorussia ha un governo funzionante, c’è qualcosa da riformare.

Al contrario, in Ucraina, il cui governo era caduto in preda agli oligarchi, non c’era quasi nulla da riformare, ha affermato Jarabik. Inoltre, la geografia è un qualcosa da accettare e a cui adattarsi, non da combattere. Persino l’Ucraina si è resa conto che non può ricostruire la sua economia senza essere collegata al mercato russo, ha sostenuto Jarabik ai suoi interlocutori. L’opposizione e la società civile non sono affatto sinonimi, sicuramente non in Bielorussia, dove opposizione e KGB si completano a vicenda. Sono come i personaggi del lupo e del coniglio nel famoso cartone animato russo “Nu pogodi”, in cui il primo insegue costantemente il secondo, ma i due sono inseparabili, ha suggerito Jarabik.

I media occidentali e gli intellettuali, due matrici dell’opinione pubblica, hanno da lungo deciso che Lukashenko seppur non sia simpatico è difficile da cambiare. Solo un paio di anni fa, la maggior parte delle affermazioni di Jarabik erano in gran parte tabù in Occidente, sebbene non fossero nuove nella letteratura accademica. A loro si potrebbe aggiungere che, a differenza di Vladimir Putin, la cui immagine è stata probabilmente gonfiata dagli opinionisti occidentali, Lukashenka è stato deriso e largamente trascurato. E, se il suo calibro politico alla fine dovesse apparire più grande di quello del paese che rappresenta, potrebbe essere per molti una grande rivelazione.

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