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12 dicembre 2017

Il Consiglio d’Europa s’adopera contro mandato | APCE


Il Consiglio d’Europa sta valutando la possibilità di ripristinare il diritto di voto e altri diritti che in parte sono stati ritirati alla Russia dopo l’invasione e l’annessione della Crimea nel 2014 e successivamente per il suo continuo intervento militare nella regione dell’Ucraina orientale del Donbas.

Per il ripristino di questi diritti non è stata rispettata nessuna condizione, infatti la Crimea rimane sempre sotto occupazione, mentre il Donbas è in continua guerra con un incremento di violazioni dei diritti umani in ambedue le regioni che, nel caso in cui il Consiglio d’Europa dovesse decidere di ripristinare i diritti revocati alla Russia, il mandato di cui è investito, “tutela dei diritti umani, della democrazia e garanzia del primato del diritto”, si manifesterebbe una scelta alquanto disonorevole, per dirlo con un eufemismo.

La situazione è indubbiamente tutt’altro che facile. Nel giugno 2017, tre anni dopo che alla Russia sono stati abrogati i diritti di voto nell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa [APCE], Mosca ha sospeso il pagamento annuale di membro dell’organizzazione, giustificando l’azione come se si trattasse di una “crisi” di APCE. Mosca ha insistito sostenendo che la scelta del Consiglio d’Europa fosse un tentativo di punire la Russia per quello, che ha definito “la libera espressione della volontà dei residenti della Crimea di unirsi alla Russia”, aggiungendo inoltre che i delegati russi presso APCE venivano trattati in modo “persecutorio”. La lamentela di Mosca nel suo contesto ha anche sfiorato altre conseguenze, inclusa la sua partecipazione alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

La sospensione del versamento a membro di APCE è stato anche sottolineato durante una conversazione telefonica tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario generale di APCE, Thorbjorn Jagland, in cui in modo sottile è stato anche ventilato il non riconoscimento delle decisioni di CEDU.

Invece il 9 di ottobre, Valentina Matviyenko, il presidente del Consiglio della Federazione Russa (camera alta) e da lungo tempo associata al presidente russo Vladimir Putin, lo ha sostenuto in modo molto schietto. Nella sua nota Matviyenko ha minacciato che la Russia non avrebbe riconosciuto le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo “fino a quando non saranno state create le condizioni per il ritorno della delegazione russa all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa”.

Da allora sono arrivate continue indicazioni che il ricatto non troppo sottile della Russia avrebbe potuto funzionare. Non da ultimo, un recente articolo di Financial Times, cita direttamente Jagland che si dichiara a favore del ripristino dei diritti di voto della Russia e della sua personale volontà a tenere Mosca vincolata al Consiglio.
FT ha riferito che Jagland stava “visitando le capitali europee per avvisare del serio rischio che Mosca possa ritirarsi o uscire dall’organismo dei 47 membri a meno che non vengano soddisfatte le sue richieste”.

“È davvero molto, molto brutto se la Russia lasciasse (la organizzazione – NdA), perché la Convenzione (sui diritti umani – NdA) e la Corte sono molto importanti per i cittadini russi. Questo è uno sviluppo negativo per l’Europa, perché avere un’Europa senza la Russia sarà un grande passo indietro per l’Europa stessa – ha affermato il segretario generale del Consiglio – … Il nostro mandato è di proteggere i diritti umani in Russia e in Crimea, e in ogni dove sul continente c’è gente…”.

Per i cittadini russi la perdita all’accesso a quella che è spesso l’unica Corte in cui possono sperare in una giustizia, sarebbe davvero enorme; ma la perdita della credibilità del Consiglio d’Europa e di ciò che Jagland definisce il suo mandato per i diritti umani sottomettendosi ad un becero ricatto, sarebbe disastroso.
Forse il Segretario generale ha dimenticato che la Russia ha già posto la sua conformità alle sentenze CEDU: nel dicembre 2015, Putin ha firmato una legge che consente alla Russia di opporsi alle sentenze CEDU, perché “i suoi giudizi sono in violazione alla Costituzione della Russia”.
La Russia finora ha fatto ricorso solo una volta contro una “sentenza” della Corte, per fare in modo di non pagare due miliardi di euro di risarcimento alle vittime del sequestro illegale di Yukos. La motivazione della Corte Costituzionale russa è stata: “CEDU ha violato la costituzione della Russia perché ha cercato di obbligare il governo russo a risarcire con una grande quantità di denaro dei singoli, quando invece una tale somma può essere spesa per le interne necessità russe”.

L’onorevole Jagland non si dovrebbe fare nessuna illusione su una probabile sentenza della Corte Costituzionale russa per tutti i casi che l’Ucraina ha intentato contro la Russia per la sua illegale annessione e la sua guerra nel Donbas. Nessuna esclusa.
Va inoltre notato, che la Russia pur rifiutando direttamente di conformarsi alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, le sta semplicemente insultando. Ci sono numerosi esempi di cittadini ucraini detenuti in Crimea o in Russia. Elenchiamo solo un fatto, Oleg Sentsov, Oleksandr Kolchenko, Ruslan Zeytullaev e molti altri prigionieri politici si trovano a migliaia di chilometri dalle loro abitazioni: questo è in diretta violazione di una sentenza CEDU (il caso Polyakova e altri contro la Russia).

Ci sono numerosi casi in attesa di esame da parte di CEDU in merito alle torture, rapimenti, detenzione illegali, cittadinanza europea e… altri. È molto probabile che la Russia abbia già le scuse pronte e ciclostilate per non rispettare anche queste sentenze.
E, considerati i procedimenti penali e le reali condizioni di reclusione imposti per mere critiche o semplici espressioni contro l’invasione e l’occupazione della Russia di territori non suoi, sembrano anche molto remote le possibilità che i casi arrivino effettivamente alla Corte di Strasburgo. La Russia ha in tutta onestà accusato gli ucraini come il giornalista Mykola Semena, il leader dei tartari di Crimea Ilmi Umerov e l’attivista dei tartari Suleyman Kadyrov, “affermando pubblicamente che hanno violato l’integrità territoriale della Russia”. Questo per usare la stessa espressione adottata dall’ONU, dall’OSCE e, sì, da APCE.

Tutto ciò rende difficile pensare di poter seriamente giustificare chi cede ai tentativi di ricatto russi. Jagland afferma che presume che la Russia potrebbe lasciare CEDU e continua: “Nessuno vuole dare un segnale che accettiamo l’annessione della Crimea. Non si tratta di minare questa posizione di principio. Ma . . . dobbiamo restare in prospettiva: qual è il nostro mandato. Il nostro mandato è di proteggere i diritti umani in Russia e in Crimea, e in ogni dove sul continente c’è gente …”.
La Russia attualmente detiene oltre 60 prigionieri ucraini con accuse motivate politicamente o per la loro fede. È probabile che questo numero aumenti e, almeno per la maggioranza dei tartari di Crimea e di altri ucraini in Crimea, Mosca si rifiuterà di conformarsi alle sentenze di CEDU.

I musulmani ucraini che vivono in Crimea sono stati costretti a prendere la cittadinanza russa per mantenere i loro posti di lavoro, ottenere cure mediche per i loro figli, ecc. Attualmente ci sono 25 ucraini condannati o di fronte a pene enormi per il coinvolgimento – non dimostrato – a Hizb ut-Tahrir, un’organizzazione che è legale in Ucraina. Questo è in piena violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Non è ancora chiaro come la Corte di Strasburgo risponderà in questo caso, o in numerose altre situazioni analoghe, ma può essere garantito che la Russia respingerà qualsiasi sentenza che la obbligano sotto il diritto ucraino e internazionale a rispettare i diritti di chiunque.

La Russia sta anche ignorando le direttive della Corte Internazionale di Giustizia che le ha ordinato di rendere operativo il Mejlis del popolo tartaro di Crimea – che Mosca ha definito come illegale – e di porre fine alla discriminazione nei confronti degli ucraini etnici nelle scuole occupate dalla Russia in Crimea.
La risposta di Putin alle conclusioni preliminari del Procuratore capo della Corte penale internazionale secondo cui l’annessione e l’occupazione della Crimea da parte della Russia sono un conflitto militare internazionale (e quindi riguardano la giurisdizione della Corte) è stata rapida. Il giorno dopo la pubblicazione del rapporto, il presidente russo ha annunciato che la Russia non avrebbe ratificato lo Statuto di Roma.
La risposta è petulante ed è stata respinta dai maggiori esperti legali “come senza significato”.

Questa volta, la Russia sta usando il ricatto. Il messaggio è che se tali tattiche dovessero funzionare sono immensamente ciniche e molto pericolose. Probabilmente potrebbero essere usate dalla Russia per cercare di rimuovere altre sanzioni e spiegare agli altri paesi responsabili di abusi dei diritti umani che cosa devono fare per mettersi alle spalle il Consiglio d’Europa.
Nel frattempo, la Russia continua a rapire, arrestare, imprigionare e spesso torturare gli ucraini in Crimea e usare tutti i metodi per reprimere il dissenso. Se il Consiglio d’Europa cederà alle intimidazioni russe, sarà come concedere a Mosca carta bianca per aggravare le violazioni, con le sue vittime che difficilmente potranno ricorrere alla giustizia. APCE rappresenterà un “mandato per i diritti umani” disprezzato.

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