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12 dicembre 2017

I considerevoli contrasti tra Russia e Stati Uniti | Russia


A prescindere dagli amichevoli sentimenti che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe personalmente nutrire nei confronti di Mosca, la politica anti-russa della sua amministrazione è persino più audace del corso stabilito nell’ultimo anno dalla presidenza di Barack Obama.

È Sergei Lavrov, il ministro degli esteri russo, che è arrivato a questa conclusione quando ha espresso sgomento per l’ondata “di isteria russofoba” che sta spazzando Washington. Lavrov ha condiviso la sua opinione poco prima che Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, si fosse dichiarato colpevole d’aver mentito al Federal Bureau of Investigation (FBI) sui suoi contatti con i funzionari russi e avesse scelto di collaborare con le indagini del consulente speciale Robert Moeller.

Ora, si prevede che l‘indagine possa produrre ulteriori prove delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane, a cui certamente farà seguito una più rigorosa attuazione della legge sulle sanzioni, mentre Mosca, già consapevole, si sta preparando per una maggiore punizione e a preparare le sue risposte.

L’economia russa potrà essere mantenuta nella sua traiettoria di crescita appena sopra lo zero solo se rimarrà in essere l’accordo per i tagli di produzione tra Mosca e l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC), mantenendo così il prezzo dell’oro nero al suo attuale plateau. Le maggiori preoccupazioni dell’élite imprenditoriale riguardano le sanzioni personali rivolte agli oligarchi con stretti legami con il Cremlino, che presumibilmente verranno indagati dall’intelligence finanziaria statunitense con allarmanti pregiudizi. In pericolo ci sono le enormi fortune evacuate dai “paradisi” occidentali con canali accuratamente nascosti, come potrebbero sentire la stretta anche i membri famigliari che si godono la “bella vita” a Monaco o a Miami.

Negli ambienti imprenditoriali e politici russi è noto che sotto Trump il Dipartimento di Stato americano non è stato particolarmente attivo a preparare le nuove sanzioni, quindi le notizie sulla possibile uscita del segretario di stato Rex Tillerson, portano molte preoccupazioni. Alcuni esperti stanno suggerendo che in questa turbolenta situazione Mosca potrebbe trarne vantaggio se nell’arena internazionale manterrà un basso profilo e s’asterrà da mosse provocatorie. Queste caute raccomandazioni d’attendere le tempeste politiche in arrivo da Washington, però, sono in netto contrasto con l’escalation della retorica ufficiale per la preparazione di una “grande guerra”. Il tono è stato fissato dal presidente Vladimir Putin, che ha tenuto una serie di incontri con i massimi vertici e poi ha chiesto alle grandi imprese una maggiore disponibilità per un incremento della produzione legata alla difesa.

In termini reali, tuttavia, non è stato pianificato e nemmeno sarebbe possibile nessun ritorno all’economia della mobilitazione in stile sovietico. L’imbarazzante fallimento del lancio spaziale del nuovo Vostochny Cosmodrome ha ancora una volta ricordato il degrado dell’industria militare russa. Il governo da parte sua, ha invece destinato risorse significative ai sistemi di controllo degli stati d’emergenza.
Il conflitto fumante e maligno del Donbas rimane il più probabile epicentro delle emergenze.

Mosca ha investito molto per riuscire a tenere in fase di stallo il conflitto tramite il processo di Minsk; ma la ferma dichiarazione di Kurt Volker, il rappresentante speciale USA per le trattative in Ucraina, riguardo alla proposta non negoziabile per il ripristino del controllo ucraino su tutti i territori occupati, è stata un fastidioso richiamo per Mosca ed ha fatto presente al Cremlino che a Washington la sua sporca piccola guerra non è dimenticata. Le liti armate che hanno provocato un colpo di stato militare nella “quasi-repubblica di Lugansk” hanno rivelato l’incapacità di Mosca a far rispettare nelle enclavi separatiste ogni assonanza di ordine.

È in Medio Oriente che la Russia cerca di accumulare beni utilizzabili per contrattare con gli Stati Uniti e scoraggiare così l’introduzione di sanzioni davvero dure. Il piano di Putin di dichiarare vittoria e gestire i colloqui tra i gruppi d’opposizione a vantaggio di al-Assad, è stato posticipato, quindi sono ripresi i bombardamenti aerei a lungo raggio, Tu-22M3. Israele, nel frattempo, sta svolgendo i suoi attacchi aerei sulle basi di Hezbollah vicino a Damasco, ignorando totalmente l’accordo sulle “zone di de-escalation”; con il ministero degli esteri russo che ormai non si preoccupa più nemmeno di rilasciare proteste. Mosca invece, senza alcun costoso intralcio, sembra aver ottenuto l’opportunità di rivendicare un ruolo chiave nella gestione del violento conflitto in Libia.

La bozza d’accordo con l’Egitto per l’accesso alle sue basi aeree potrebbe essere usata occasionalmente per qualche raid aereo contro alcuni gruppi libici, che difficilmente nel caotico conflitto potranno fare la differenza, ma potrebbero dimostrare la capacità russa a proiettare il potere.

Capacità che è straordinariamente carente nelle situazioni di conflitti impegnativi e pericolosi, come si può notare nei programmi nucleari e missilistici nordcoreani. Gli esperti russi sono pienamente consapevoli che gli obiettivi difensivi proclamati da Pyongyang potrebbero camuffare piani aggressivi, e d’altra parte produrre una diretta minaccia alla sicurezza del molto esposto Vladivostok. La dirigenza russa non sa come interpretare la frase di Trump riferita alla Corea del Nord, “we will handle it”, ma Nikolai Patrushev, il segretario del Consiglio di sicurezza, si attiene al fatto che una soluzione militare è inaccettabile. Il vero punto, tuttavia, è che il Cremlino non vede nulla di meglio che un fallimento della pressione americana, sostenuta e rafforzata dalla Cina, sulla Corea del Nord. Mosca è pronta ad accettare lo status nucleare de facto del suo ostinato vicino totalitario, ma è turbata dalle cooperazioni degli Stati Uniti con la Cina, che la pongono ai margini del grande gioco dell’Asia orientale.

Putin apparentemente non riesce a cogliere le sfumature del processo decisionale di Pechino e potrebbe non comprendere appieno la complessità degli intrighi mediorientali, ma ciò che conosce con abilità e vede come principale motore della politica, è la corruzione. Lui, nel corso della campagna presidenziale degli Stati Uniti dello scorso anno, aveva pensato d’essere riuscito finalmente a connettersi con la corruzione politica americana, ma invece ha inflitto un enorme danno allo status internazionale della Russia.

Ora non può ammettere nessun illecito o, peggio ancora, errore, e non può né proteggere i suoi cortigiani per un’escalation della pena, né dare loro un risarcimento per il danno che si sta incrementando. La segnalazione di Washington d’essere disponibile ad operare insieme per la gestione dei conflitti ad alta risonanza a Mosca viene in gran parte ignorata, mentre le sottili indicazioni di come non creare problemi vengono interpretate come minacce. Putin non può né controllare, né contrastare il deterioramento delle relazioni con gli Stati Uniti, e nella politica interna, l’anti-americanismo sta diventando uno strumento poco utile.

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