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19 febbraio 2018

Uno svigorito Putin | Russia


La decisione del Comitato olimpico internazionale (Cio) di bandire la delegazione russa dalle Olimpiadi invernali del 2018 era un’azione prevedibile, tanto che Mosca s’era già preparata la sua indignata risposta.

Le esitanti voci degli atleti puliti che si sono resi disponibili a competere sotto una bandiera “neutrale”, sono state soffocate da una protesta “patriottica”, programmata per un presunto ostile tentativo occidentale di umiliare la Russia. Nelle disapprovazioni il CIO è stato descritto come corrotto e costretto dalle pressioni degli Stati Uniti; mentre il meticoloso lavoro delle commissioni speciali che hanno indagato le agenzie ed istituzioni doping sostenute dallo stato russo è stato ridicolizzato “perché privo di qualsiasi prova”, e il verdetto finale è stato respinto senza porre molta attenzione al suo vero contenuto.

Tuttavia, l’ipocrita campagna patriottica è stata inaspettatamente sviata da una casuale osservazione del presidente Vladimir Putin, in cui ha debitamente condannato la decisione del Cio come politicizzata, ha respinto le richieste dei patrioti di boicottare le Olimpiadi ed ha suggerito che gli interessi degli atleti dovrebbero essere messi al primo posto. E, anche se del tutto ragionevole, siccome la posizione di compromesso è arrivata in modo imprevisto, ha spinto alcuni commentatori a speculare sul fatto che Putin fosse diventato “soft” e stesse cercando di svolgere il nuovo ruolo di un saggio “pacifista”.

L’impensata affermazione del presidente russo contro il pre-annunciato boicottaggio – che equivale ad un dictat – è arrivata dopo un evento pubblico in cui Putin ha reso nota la sua decisione di partecipare alle elezioni presidenziali di marzo 2018. La sua partecipazione non era mai stata messa in dubbio; ma il suo lungo tergiversare aveva creato aspettative per un’occasione particolarmente grandiosa o per uno speciale tema di una edificante extra-breve campagna elettorale. Ora però, anche queste ultime aspettative sono andate deluse e il tanto atteso annuncio ha lasciato l’impressione di una pseudo-improvvisazione male orchestrata. Sembra che Putin abbia ritenuto necessario allontanare l’attenzione pubblica dallo scandalo olimpico.

Del resto, la donna di mondo e giornalista russa Ksenia Sobchak (figlia dell’ex sindaco di San Pietroburgo, Anatoly Sobchak), che si è reinventata come audace candidato alla presidenza, ha rapidamente espresso l’opinione di dare pieno appoggio agli atleti puliti.

Sobchak ha anche affrontato in modo aggressivo un problema che Putin non può assolutamente toccare: la grave corruzione nella burocrazia sportiva russa. La lotta alla corruzione è un tema distintivo per un altro fenomeno dell’arena politica russa, Alexei Navalny che, respingendo il divieto ufficiale, sta continuando la sua campagna presidenziale. Le accuse sul ruolo dello stato nel centro del programma di doping sistemico hanno colpito Vitaly Mutko, l’ex ministro dello sport russo, che il Cio ha personalmente bandito per tutta la vita da tutti i futuri eventi olimpici.

Attualmente, Mutko è incaricato d’organizzare la Coppa del Mondo 2018 in Russia, quindi in casa si sente completamente al riparo da ogni accusa.
La necessità d’assicurarsi che gli ultimi preparativi per una delle più grandi competizioni dello sport mondiale proceda senza intoppi, è forse una delle considerazioni che possono supportare l’insolita esclamazione di un anomalo Putin allo scandalo di doping: “… siamo in parte colpevoli”, ha ammesso il presidente. La Coppa del Mondo non può essere facilmente utilizzata per una mobilitazione “patriottica” come i Giochi Olimpici, anche perché la squadra russa non dovrebbe passare oltre le qualifiche della fase play-off di un gruppo piuttosto debole. La maggior parte delle città russe che si stanno preparando per il grande evento non vedranno la squadra nazionale, ma avranno l’opportunità di ospitare squadre di calcio straniere e salutare i loro fan.

Forse il limite più forte al desiderio di Putin di sfogare la sua rabbia contro il CIO e gli altri “sabotatori” dello status russo come “superpotenza” sportiva, è il palpabile aumento della corruzione, che non può né negare, né ammettere. I suoi oligarchi sono sempre più sconvolti dalle sanzioni personalizzate che li riguardano, ma i loro tentativi di spostare le valigie di denaro negli abituali “paradisi” occidentali ora portano a seri problemi legali. La corruzione nello sport, dannosa quanto lo è per la reputazione internazionale della Russia, impallidisce in confronto alla spettacolare appropriazione indebita derivante dai progetti di costruzione di condotti contrattati da Gazprom con le oligarchie come Gennady Timchenko e Arkady Rotenberg.

Il particolare sistema di corruzione ha determinato cambiamenti nella corte di Putin: rimpingua avidamente alcuni cortigiani, ma non può toccare quelli che hanno guadagnato un sacco di influenza nel processo decisionale, comprese anche le linee guida chiavi del prossimo mandato presidenziale. La minacciosa figura di Igor Sechin, l’amministratore delegato della statale Rosneft, che è stato a lungo vicino a Putin, incombe sui corridoi del Cremlino mentre afferma la sua influenza facendo pressione di richieste finanziarie agli oligarchi più deboli. Alexei Ulyukaev, ex ministro dello sviluppo economico, arrestato a novembre 2016 dopo aver lasciato l’ufficio di Sechin con un “regalo”, che si è rivelato essere una valigia da 2 milioni di dollari in contanti, è stato reso uno degli esempi della nuova distribuzione del potere.

Nella sua ultima parola alla corte, Ulyukaev si è scusato per aver preso parte alla “insensata danza burocratica” e per aver scoperto troppo tardi la crudeltà e l’ingiustizia del sistema che non si “preoccupa delle piaghe della gente”. Olga Romanova, l’avvocato delle vittime nei procedimenti giudiziari, ha amaramente affermato:”Viviamo nel paese del vittorioso Sechin”.

Putin non è mai stato un leader naturale, e le abitudini che ha acquisito durante il suo lungo regno non lo hanno preparato alle situazioni in cui non può né dare per scontata l’obbedienza, né svolgere il ruolo di arbitro. Gli piacerebbe tagliare alcuni arroganti “pesi massimi”, ma non può più nemmeno licenziare il profondamente compromesso Mutko. Capisce che la decisione del CIO è un colpo diretto alla sua autorità, ma non è in grado di trovare un modo significativo e sicuro per contraccambiare.

Il suo istinto vendicativo vorrebbe spingerlo a punire i colpevoli, come Grigory Rodchenkov, un testimone chiave nell’inchiesta sulle modalità di doping del CIO, ma non può mettere a tacere le troppe voci sollevate contro il massiccio abuso di sostanze nello sport russo. Il suo grande trionfo nell’organizzare le Olimpiadi invernali di Sochi 2014, perfette nelle immagini, è stato messo a dura prova e nessuna propaganda gli può promettere una storia di successo su cui correre per il suo prossimo mandato presidenziale.

Viene abbandonato nella sua falsa sicurezza mentre orchestra spettacoli di pubblica lealtà; mentre il corrotto regime continua sulla sua via verso un’improvvisa e ingloriosa implosione.

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