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23 giugno 2018

Un nuovo cambiamento | Ucraina


Le dimostrazioni a Kyiv, il processo a Mikheil Saakashvili e un’ondata di scandali politici: chi si sta aprendo un varco nella politica ucraina?

Il leader del partito Movimento delle Nuove Forze ed ex Presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili, mentre l’undici dicembre era sotto processo nella corte del tribunale distrettuale di Pecherskyi in Kyiv, ha assicurato di non essere interessato a nessun confronto ed ha sottolineato di non volere “azioni drastiche”. Ciononostante, le sue recenti richieste di rovesciare il grasso regime del gatto “certamente non sembravano poco sincere”. È Saakashvili che ha assunto una posizione molto radicale nei confronti del presidente, per cui non si deve meravigliare se altre forze politiche lo stanno usando come “bulldozer per le proteste”.

Ricordiamo che l’11 dicembre, la Corte ha tenuto un’udienza per determinare una misura preventiva per Saakashvili dopo la sua detenzione dell’8 dicembre. L’avvocato dell’imputato, Ruslan Chornolutskyi, ha dichiarato che 10 parlamentari erano pronti a sostenere Saakashvili. Il team di Saakashvili ha rifiutato le offerte, chiedendo alla Corte d’essere rilasciato senza riserve. Il giorno prima, sempre nella capitale ucraina, si era verificato un evento di massa in cui c’erano i manifestanti che chiedevano l’impeachment del presidente e la liberazione di Saakashvili. Tra le altre richieste, i dimostranti hanno invocato che venissero sospese le ostruzioni alle attività di National Anti-Corruption Bureau (NABU) e il tentativo di licenziare Artem Sytnyk dal suo ufficio di capo di NABU. I temi della riforma politica e della corte anti-corruzione si sono in un qualche modo dissolti tra gli sventolii di bandiere.

Ricordiamo che la prima marcia di proteste contro l’attuale governo si è svolta il 17 ottobre. Poi, le bandiere dei partiti hanno cominciato a coprire completamente quelle nazionali, e i partecipanti alla marcia non sono sempre stati in grado di spiegare i motivi per cui dimostravano e di cosa si stesse parlando.

Nell’ultima manifestazione di domenica, alcuni di coloro che si posizionano come leader della protesta, non sono nemmeno saliti sul palco che era stato preparato per loro in piazza dell’Indipendenza. È interessante notare che, secondo i dati diffusi dagli organizzatori delle proteste, il numero dei partecipanti alle manifestazioni aumentano di volta in volta – hanno raggiunto i 10 mila, anche se secondo la polizia erano al massimo 2 mila e cinquecento – ma la protesta ora ha trovato una sua espressione in loghi e simboli che possono essere ridotti a una sola parola: “impeachment”.

Il fatto che le forze d’opposizione non siano in grado d’aspettare un anno e mezzo prima delle prossime elezioni e stiano già parlando di “impeachment” (non solo sulla legge d’impeachment, ma su un effettivo impeachment) dimostra che non si tratta di una procedura legale. Tutto è racchiuso nel fatto che è già iniziata la campagna presidenziale. Nel frattempo però, questi personaggi che fanno appello agli “ideali di Maidan”, “i Cento Celesti” e “Kyiv ribellati!” si dimostrano semplicemente degli irresponsabili, ben sapendo che l’aggressore non cerca altro che di riuscire a dimostrare al mondo che in “Ucraina vige un vero conflitto civile”. Il recente scontro tra l’Ufficio del Procuratore Generale (PGO) e NABU ha ulteriormente alimentato il fuoco, dando nuovi motivi per sparlare di un “governo corrotto” che sta bloccando “la nostra unica speranza per un futuro europeo”.

Così la folla ha descritto NABU il 10 dicembre. In generale, c’è da notare che nella mente della popolazione le proteste hanno già portato ad accuse automatiche, il che significa che i politici da palcoscenico sono già un’attrazione sempre più credibile. “No alla repressione politica!”, “Lotta alla corruzione!”, “Il governo uccide i patrioti!”, “I grossi gatti nelle prigioni!”, e il classico “Via la banda!” – questi educati slogan (perché ce n’erano molti di osceni) hanno trovato un terreno fertile. Tuttavia, l’espressione “Kyiv ribellati!” sembra alquanto inopportuna, per usare un eufemismo, quando viene pronunciata dalla moglie di Saakashvili. Ha davvero il diritto di chiedere una rivolta in un paese straniero?

A sua volta, il governo, le cui politiche d’accumulo di personale “altamente professionale”, non possono essere definite riuscite, contro i suoi oppositori ha fatto ricorso all’uso piuttosto rozzo e primitivo delle forze dell’ordine. E peggio ancora, colui contro il quale sono state indirizzate le azioni, sta facilmente sfruttando l’ondata di errori del governo come un esperto surfista politico che vuole emergere. Il danneggiamento del blindato del Servizio di sicurezza dell’Ucraina, gli infruttuosi tentativi di “arrestare il politico” e le imprese di Saakashvili sul tetto hanno portato alla cosa principale di cui l’ex presidente georgiano ha bisogno: una bella foto in prima pagina.

Nel frattempo, la sua detenzione dell’8 dicembre ha reso ancora più discutibile la modalità d’applicazione della legge da parte del procuratore generale, Yurii Lutsenko. Lo stesso Saakashvili ha affermato in aula, che Lutsenko lo aveva inviato e poi lo ha ingannato. Secondo l’imputato, il pubblico ministero gli ha assicurato “che nessuno lo avrebbe arrestato, perché si trattava solo di un interrogatorio”. Anche se a questo punto nasce una ulteriore questione.

In quale veste doveva essere interrogato? Imputato o teste? Se era imputato perché non è stato invitato assieme al suo avvocato? Se teste, non poteva essere fermato. Non so se entrambi, ma uno dei due mente spudoratamente. Per sbrogliare una poco la matassa ora non ci resta che aspettare il confronto del 18 dicembre.

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