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12 dicembre 2018

La conferenza OSCE dimostra l’inidoneità della Organizzazione | OSCE


La conferenza ministeriale annuale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione (OSCE), tenutasi il 7 e 8 dicembre a Vienna, ha ancora una volta palesato l’incapacità dell’organizzazione internazionale di 57 membri di tenere testa alla Russia.

Quest’ultima, durante il convegno, come anche tante altre volte in precedenza, usa il suo potere di veto di membro per bloccare qualsiasi progetto e risoluzione che le sembrano inopportune.

Il veto russo ormai non fa più nemmeno storia, è familiare, ma in passato si sono verificati casi in cui la Presidenza in carica dell’OSCE (una posizione a rotazione annuale) ha emesso una dichiarazione presidenziale – che è a prova di veto – che ha salvaguardato la reputazione e la faccia dell’organizzazione. Nel corso della riunione ministeriale a Vienna, la Russia ha posto il veto ai riferimenti Crimea e guerra nell’est dell’Ucraina – in questo momento la più rilevante questione di sicurezza europea – ancora sulle bozze della conferenza.

La presidenza non si è dimostrata all’altezza della situazione, difatti la troika passata, attuale e futura, rispettivamente Germania, Austria e Italia, hanno formulato un’equivoca enunciazione carica di concilianti preoccupazioni verso la Russia, piuttosto che di sostenere la verità. I ministri degli affari esteri tedesco, austriaco e italiano nella loro dichiarazione conclusiva congiunta hanno sottoscritto:
“Avremmo preferito raggiungere un consenso [con la Russia – NdA] per una comunicazione congiunta della risposta dell’OSCE alla crisi in Ucraina e nei suoi dintorni. Ma a causa di un disaccordo, in particolare, per un riferimento ai confini internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina e allo status della Crimea, quest’anno non è stato possibile. Ciononostante, noi, insieme a quasi tutti gli Stati [sic] partecipanti, riaffermiamo il nostro pieno rispetto per la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti, e chiediamo a tutte le parti di accelerare il processo di disimpegno. Sottolineiamo anche l’attuazione degli accordi di Minsk nella loro interezza”.

Come si nota, nell’attestazione finale non viene nominato il paese aggressore e nemmeno è stata fatta menzione del veto posto nelle bozze; i belligeranti (aggressore e aggredito) rimangono anonimi e vengono trattati come tutte le altre parti; “accelerare il disimpegno” significa dalla linea del fronte dentro i territori ucraini, non il ritiro delle forze russe (o almeno delle forze “straniere” secondo l’armistizio di Minsk) dall’est dell’Ucraina (Donbas), oltre il confine “internazionalmente riconosciuto dell’Ucraina”. Nel caso del Donbas, l’armistizio di Minsk rende l’integrità territoriale dell’Ucraina, la sovranità e il controllo del suo confine, non più un diritto incondizionato ai sensi del diritto internazionale, ma è subordinato al rispetto da parte dell’Ucraina di una serie di clausole politiche.

Inoltre, “chiediamo a tutte le parti di accelerare il processo di disimpegno” è una frase ellittica e imbarazzante, sembra implicare contatti diretti tra Kyiv e Donetsk-Lugansk, un qualcosa a cui Mosca punta, mentre Kyiv sta opponendo resistenza.
Per quanto riguarda la missione speciale di monitoraggio dell’OSCE (SMM) nell’est dell’Ucraina, i tre ministri hanno sostenuto che questa missione sta “operando in un ambiente difficile. Tutti gli Stati partecipanti [vale a dire inclusa la Russia – NdA] hanno convenuto che SMM ha il mandato di avere un accesso sicuro e protetto ed ha chiesto che questo venga pienamente rispettato. Noi condanniamo qualsiasi minaccia contro i monitor SMM e i danni alle risorse dell’OSCE”.

I reports giornalieri dal territorio di SMM (che è privo di veto, ma non è esente da controlli russi e da “manipolazione” di budget) rendono chiaro che i suoi osservatori durante il giorno sono spesso “molestati”, se non presi a colpi di pistola, mentre la notte sono “bloccati”; i suoi droni sono spesso stranamente “avariati” e presi a colpi di mitra; e il suo mandato (come quello di tutte le missioni OSCE) è negoziabile di anno in anno con una Russia che ne maneggia il veto.

Tutto ciò ci aiuta a spiegare l’enorme discrepanza che esiste tra la estremamente cauta dichiarazione delle presidenze e la terribile realtà sul campo. Mosca potrebbe rimuovere SMM (come ha rimosso due missioni OSCE dai campi dalla Georgia), però per Mosca è di gran lunga preferibile avere sul posto una SMM semi-efficace, piuttosto che una missione potenzialmente più solida e indipendente dalla Russia.

La troika dei ministri non menziona la proposta di un’operazione di mantenimento della pace autorizzata dalle Nazioni Unite nel Donbas, anche se è stata Mosca stessa a lanciare una simil-proposta e ora ne sta negoziando i parametri con Washington. Le differenze tra USA e Russia sono profonde e la dichiarazione conclusiva di “Germania-Austria-Italia” a nome dell’OSCE, ha evitato di prendere posizione, ha solo preferito ignorare la questione.

La Russia, tuttavia, ha messo in chiaro le sue pre-condizioni: qualsiasi missione di mantenimento della pace autorizzata dall’ONU nel Donbas ha un senso “solo in aggiunta a SMM dell’OSCE” – una sorta di scorta e aiuto – “in stretta conformità con il mandato di SMM”. Le proposte per una missione dell’ONU che superano questo mandato “equivarrebbero ad una occupazione amministrativa del Donbass”.
SMM dell’OSCE non è pienamente efficace, ma per quanto riguarda Mosca, va abbastanza bene che rimanga al suo posto.

L’OSCE, nella sua veste di istituzione che gestisce i conflitti, è completamente inclusa nella logica di Mosca. Infatti, come ha sostenuto durante la conferenza il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, “lavorare per risolvere i conflitti [post-sovietici – NdA] è il più importante ruolo dell’OSCE”. Nel suo discorso, Lavrov ha sollecitato la Georgia (dalla quale la Russia ha sfrattato le missioni OSCE nel 2005 e nel 2009) a stipulare con l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud un contratto di non uso della forza, che di fatto vorrebbe dire riconoscere i due “Stati”.

La Russia sta sollecitando Kyiv a fare degli abboccamenti con Donetsk-Lugansk (senza successo), mentre a questo riguardo sta dimostrando un certo successo in Moldavia. Lavrov ha elogiato Chisinau e Tiraspol per aver di recente intrapreso “piccoli passi” l’uno verso l’altro – in pratica, però, si tratta solo di passi del governo moldavo verso la Transnistria. Nella comune terminologia della Russia e dell’OSCE, la Moldavia e la Transnistria condividono “lati di un conflitto”, mentre la Russia (non belligerante) e l’OSCE sono “mediatori”. Da parte sua, Tiraspol ha inviato un messaggio alla conferenza di Vienna, in cui apertamente ha messo in discussione la “vaga astratta idea dell’integrità territoriale della Moldavia”, sottolineando che la Transnistria, dopo tutto, è un lato riconosciuto del conflitto.

Il ministro degli esteri della Moldavia, Andrei Galbur, nel suo discorso alla conferenza di Vienna, ha chiesto il ritiro delle truppe russe dal territorio della Moldavia. Alcune delegazioni hanno tentato di includere questo problema nella stesura dei documenti conclusivi, ma anche qui nelle bozze la Russia ha posto il veto.
L’OSCE come organizzazione è corresponsabile del suo continuo annuale fallimento. Le “decisioni” dell’OSCE (non giuridicamente, ma “politicamente”) sono vincolanti. Al Vertice di Istanbul del 1999 avevano stabilito che la Russia avrebbe dovuto ritirare le sue forze dalla Moldavia, in modo completo e trasparente, entro tre anni. Nel 2002, tuttavia, la conferenza ministeriale dell’OSCE ha concesso alla Russia un’estensione di un anno (su insistenza della Russia) ed ha aggiunto alcuni pre-requisiti al ritiro delle truppe, che di fatto hanno concesso alla Russia il potere di interpretarli a suo piacimento.

Nel 2003, di fronte alla non conformità russa, la conferenza ministeriale dell’OSCE di quell’anno ha silenziosamente ritirato la questione dai documenti dell’ordine del giorno – come hanno poi spiegato in privato i funzionari dell’OSCE – per evitare d’esporre l’organizzazione come incapace di far rispettare le proprie risoluzioni. In realtà è proprio così, ciò succede quando la Russia lascia “passare” una decisione per sabotarla più tardi, figuriamoci quando Mosca pone il veto fin dall’inizio.

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