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23 giugno 2018

La Russia si rafforza in Medio Oriente | Russia-Medio Oriente


L’11 dicembre, il presidente Vladimir Putin è atterrato sulla pista di Hmeymim, la principale base militare russa in Siria, per una visita che è stata segnalata solo dopo che il jet di Putin era già al sicuro in volo verso l’Egitto.

Per evitare qualsiasi tipo di fuga di notizie, i giornalisti del gruppo stampa del presidente si sono imbarcati a Mosca direttamente per il Cairo. In ogni caso, della breve visita di Putin, il servizio stampa del Cremlino ha fornito notizie e riprese. I giornalisti russi non sono autorizzati a salire sul jet presidenziale, ma vengono ospitati su un altro mezzo.

A Hmeymim, Putin ha incontrato il presidente siriano Bashar al-Assad, il cui regime è stato salvato grazie allo sforzo bellico russo e iraniano. Putin ha annunciato la vittoria sullo Stato islamico (ISIS), “l’avanguardia del terrore”, lo ha definito con i piloti e i soldati russi, ed ha annunciato il ritiro di “gran parte” delle forze russe. Il leader del Cremlino ha promesso: “Se i terroristi alzeranno di nuovo la testa”, saranno schiacciati con la forza “che non hanno ancora sperimentato”. Il comandante delle forze russe in Siria, Sergei Surovikin (un generale carrista recentemente promosso a capo della Vozdushno-Kosmicheskiye Sily, l’insieme VKS-Russia, comando aereo e di difesa aerea), ha annunciato che saranno ritirati 23 diversi jet e 2 elicotteri d’attacco, insieme ad un battaglione di polizia militare, un ospedale da campo, un contingente di forze speciali e guastatori. Gli uomini verranno trasportati nelle loro basi domestiche in Russia con un ponte aereo. La Russia manterrà le sue basi a Hmeymim e Tartus, sulla costa mediterranea della Siria; e allo stesso modo si fermeranno le guarnigioni e il personale di supporto, mentre non era mai stato segnalato l’arrivo in Siria di nessun equipaggiamento pesante [Alcuni rientri di truppe potrebbero essere parte di una normale rotazione di forze].

Mosca non è la prima volta che annuncia il ritiro delle truppe e che rivendica la vittoria. Il 14 marzo 2016, con una mossa a sorpresa, Putin aveva reso noto che la missione militare russa in Siria “è stata per lo più compiuta” ed aveva ordinato il ritiro immediato “della maggior parte delle nostre forze”. Tuttavia la guerra continuò e la presenza militare russa di fatto aumentò.
Il quasi-stato ISIS è stato sconfitto in Iraq e in Siria, anche se il gruppo probabilmente continuerà ad esistere come un’organizzazione terroristico-guerrigliera. I funzionari russi si sono dichiarati gli unici vincitori, con le forze di al-Assad che hanno fornito assistenza; mentre gli sforzi della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti sono stati liquidati come irrilevanti. Il generale dell’esercito, Viktor Bondarev, che ha diretto VKS durante la maggior parte della campagna siriana, è stato recentemente nominato presidente della commissione difesa e sicurezza del Senato, e durante la nomina non ha perso l’occasione per accusare gli Stati Uniti e la cosiddetta coalizione anti-terrorismo, di sostenere l’opposizione siriana e di aiutare i terroristi. “Il popolo e il governo siriano non hanno invitato gli americani, la loro presenza è illegale, sono una minaccia alla sicurezza – ha continuato Bondarev – Gli americani potrebbero addestrare nuovi radicali e terroristi, ma la continua presenza russa aiuterà a stabilizzare la situazione”.

L’intervento militare russo in Siria ha sempre avuto l’obiettivo principale di contrastare gli Stati Uniti nel Medio Oriente e nel Mediterraneo. Combattere lo Stato islamico e gli altri jihadisti insieme con l’Iran e le sue milizie alleate, erano compiti importanti, ma secondari per Mosca. Nel mese di maggio 2017, parlando durante una sessione della camera alta del parlamento, il ministro della difesa Sergei Shoigu, ha annunciato che il principale risultato strategico della campagna siriana russa è stata l’istituzione di una forte forza militare (gruperovka) “sul fianco sud della NATO [l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico], che ha cambiato drasticamente l’equilibrio strategico del potere nella regione”. Nello stesso discorso Shoigu ha invitato il popolo russo “a non essere cieco” della crescente minaccia delle attività della NATO ai confini della Russia.

La visita a sorpresa di Putin a Hmeymim e l’enorme clamore mediatico creato attorno alla vittoria hanno una chiara dimensione interna. Le elezioni presidenziali si terranno il prossimo marzo e, sebbene all’interno del sistema autoritario del paese la rielezione di Putin sia stata assicurata, il Cremlino vuole massimizzare l’affluenza e l’entusiasmo pro-Putin. La campagna siriana non è mai stata particolarmente popolare in Russia; ma dichiarare la vittoria sullo Stato islamico, umiliare gli Stati Uniti e annunciare che le truppe stanno tornando a casa – tutto in un unico giorno – è un trionfo di PR. Per rinforzare l’effetto, il comando militare russo ha strombazzato il ritorno per fine missione, dei pesanti bombardieri Backfire Tu-22M3 dalla base aerea di Mozdok nelle steppe del Caucaso settentrionale, alle basi permanenti nella regione di Kaluzhskaya, Irkutsk e nella penisola di Kola.
Nell’ultimo mese, i Backfire hanno effettuato 84 sortite dalla base di Mozdok per bombardare a tappeto i “rimasugli” dell’ISIS rimasti nella provincia orientale siriana di Deir ez-Zor. Gli equipaggi dei bombardieri nelle loro basi domestiche sono stati accolti in pompa magna ufficiale.

Al Cairo, dopo che Putin ha brevemente incontrato il presidente Abdel Fattah el-Sisi, le due parti hanno firmato un contratto di 21 miliardi di dollari per costruire una centrale nucleare in Egitto. A quanto si dice, Mosca aprirà una linea di credito per coprire l’85% dei costi. È stato inoltre raggiunto un accordo per riprendere il traffico aereo passeggeri tra i due paesi, che era stato interrotto nel 2015, dopo che un aereo russo sul Sinai era stato distrutto da una bomba a bordo, un incidente che ha causato la morte di 224 persone. L’Egitto spera che la ripresa dei voli passeggeri possa riportare sui suoi territori i turisti russi. Dal Cairo, Putin è volato ad Ankara (tutto nella giornata dell’11 dicembre), dove, dopo l’incontro con il presidente Recep Tayyip Erdoğan, è stato reso noto un accordo per l’apertura di una linea di credito in favore della Turchia per l’acquisto di due “batterie” di sistemi missilistici avanzati S-400.

Mosca sembra essersi posta in una posizione unica, una forza in grado di relazionarsi con quasi tutte le diverse parti in conflitto nella regione e un intermediario indispensabile in Medio Oriente. Lo scorso aprile, senza troppa pompa o scandalo, Mosca ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme Ovest come capitale di Israele e ha esteso la possibilità di spostare la sua ambasciata da Tel Aviv – migliorando così, le sue relazioni con Israele senza far arrabbiare le nazioni arabe e musulmane.

Mosca ha una chiara strategia in Medio Oriente e sembra che stia funzionando piuttosto bene; anche se la sua mancanza di risorse globali per raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi è un serio deterrente. Washington, d’altra parte, ha abbondanti risorse, militari e non, ma non ha nessuna coerente strategia in Medio Oriente, reagisce solo agli eventi nel migliore dei modi. Nella regione si sta aprendo una gara affascinante.

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