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18 settembre 2018

Il giornalismo di corte | Russia


La maggior parte della conferenza stampa di Vladimir Putin mi ha spinto a ricordare le differenze tra i veri giornalisti dei nostri giorni e del recente passato.

L’8 dicembre 2011, mi ero rivolto ai giornalisti dei canali televisivi federali russi che non avevano riportato nulla della grande campagna di protesta russa contro Putin. La mia osservazione si è conclusa con un richiamo a tutti i TEFI che non avevano “scritto nulla”, perché in quella particolare situazione hanno dimostrato una “banalità non professionale”.

Dopo il ricorso, dozzine di operatori dei media mi hanno contattato, dai più semplici reporter, opinionisti e redattori fino ai direttori. Qualcuno era arrabbiato, qualcuno si era offeso, qualcuno si era giustificato, ma nessuno ha discusso la tesi della mancanza di carenza professionale. Conosco personalmente ragazzi che poi hanno cambiato lavoro, alcuni che sono venuti in ufficio e colleghi che hanno presentato un ultimatum alle autorità nello spirito di “non si può vivere in questo modo, senza raccontare le novità”. C’erano molte emozioni e pathos. Una persona si può definire un idiota, un nerd, un mascalzone – se ha i nervi a posto si limiterà a sorridere con condiscendenza; ma prova a chiamarlo un non-professionista e subito salteranno le migliori stringhe della sua natura.

Pochi giorni fa, dopo aver guardato la conferenza stampa di Putin, mi sono all’improvviso reso conto di quanto distanti siamo adesso dal 2011. Sì, siamo faccia a faccia, ma non ci vediamo. L’attuale degrado viene compreso e visto da lontano. Vivendo oggi, è difficile valutare la scala del cambiamento. È come comunicare spesso con un vecchio amico, non si nota come si sta invecchiando, al contrario, per esempio, si rileva quando improvvisamente si incontra 20 anni dopo un compagno di classe.
Cosa hanno chiesto i giornalisti alla conferenza stampa e come ha reagito Vladimir Putin?

Anche allora, nel 2011, non mi ero fatto illusioni sulle tendenze dei movimenti sociali e le idee ancora più ingenue dei loro rappresentanti. Da giovane leggendo il libro di Robert Sylvester, “The Second Ancient Tradition”, ho immaginato le versioni più varie dell’evoluzione professionale dei giornalisti.

Allora vedevo il giornalista come il veicolo delle notizie. Oggi, invece lo vedo come l’interprete. Non solo quando fa il commentatore. Anche quando fa il cronista. La mole di informazioni è tale che la scelta già implica un giudizio (di opportunità e di valore). Questa è la prima cosa da dire, e forse la più importante.
Ieri come oggi, il giornalista deve interessare il pubblico. Ci sono molti peccati che si possono commettere, nell’esercizio della professione. Tra i più gravi, c’è la noia. Interessare può voler dire spiegare, rispondere, incuriosire, sorprendere, affascinare, magari divertire, a secondo dei casi e delle necessità. Guai se uno tende a sorprendere, quando basta spiegare; o se uno analizza quando lo scopo, in quel momento, è solo incuriosire e divertire.

Terzo punto, ogni giornalista ha a che fare con un editore. Non dev’esserne schiavo, ma non può non tenerne conto. Questo, cosa vuole dire? Vuol dire che, in maniera implicita o esplicita (a seconda dei casi), un giornalista deve «dichiarare il proprio interesse», come dicono gli inglesi. Forse non c’è bisogno di ricordare, scrivendo per “RT”, che non è opportuno scrivere un articolo che demolisca l’ultimo atto piratesco di Gazprom o critichi le dichiarazioni di Alexey Miller. Ma si può scrivere della Russia o di Miller con dignità. È già molto. Aggiungo questo: ci sono editori interventisti e direttori che lasciano spazio e libertà ai redattori e alle redazioni, sapendo che, alla fine, ne guadagna la testata. Quindi, anche loro.

Più l’editore ha interessi vasti, più diventa difficile operare, per un giornalista. E qui arrivo al momento in cui tutti stiamo pensando allo stesso nome: Vladimir Putin. Un presidente di Stato che si occupa di tutto; e perciò tutto diventa difficile, per chi è suo dipendente (collaboratore, beneficiario) e deve dare notizie del suo operato. C’è chi non ci prova nemmeno, a essere imparziale: anzi, ritiene che la parzialità sia una forma di spettacolo. C’è chi ha imparato l’equilibrismo; chi si è ritagliato un ruolo di giamburrasca. Ma un fatto rimane: vi immaginate RT che conduce un’inchiesta indipendente sulle magagne del Presidente russo? Magari riferirà imparzialmente le inchieste di altri. Ma di più, umanamente, non può fare. E se lo fa una volta, poi non lo fa più.

Non solo per questo, ma oggi, è complicato fare il giornalista. Non abbiamo parlato della concorrenza della radio e della televisione, e di Internet, della quale so poco, e quel poco mi inquieta. Non abbiamo parlato dei condizionamenti dei giornali di provincia, spesso succubi di potenti e potentelli locali (magari solo il direttore dell’azienda sanitaria). Non abbiamo parlato dell’abitudine alla lettura, che va scomparendo, in questa nostra vita frettolosa.

Un’altra cosa che non vorrei vedere un giorno oggetto di una tale evoluzione sono i miei colleghi. Naturalmente credo che in una società libera possano esistere i singoli pervertiti, ma non accetterei che tutti i giornalisti si trasformassero in una unione di prostitute. Soprattutto di prostitute che, credendosi sinceramente vergini, sono convinte che altrimenti una donna non potrebbe vivere.

Se sei anni fa avessi visto la conferenza stampa di Putin, avrei comunque deciso che questo si trattava di uno scherzo, di un fotomontaggio. Perché, rispetto ad almeno il 90 per cento di quelli che c’erano nella sala, i giornalisti che ho interpellato senza vergognarmi e quindi considero professionali, ora sembrano alieni. Una volta i giornalisti almeno sapevano come offendersi, capivano ciò che è professionale e cosa non lo fosse. Sì, hanno dovuto fare delle scelte difficili, ma almeno sono stati consapevoli di ciò che stava accadendo, hanno preso un atteggiamento professionale, non si sono comportati come ragazzine che fanno il tifo ad ogni parola dell’istituzione ospitante.

Sono stati i continui applausi che mi hanno permesso di capire l’intera portata del cambiamento che è avvenuto nel paese, con i giornalisti e non solo. Non so esattamente chi sto schiaffeggiando e, in generale, non sto parlando di tutti – i giornalisti “fantasmi” che erano sul posto, magari sarebbe meglio definirli “professionisti artigianali”. Intendo quelli che hanno urlato e fischiato il giornalista ucraino quando ha posto la sua domanda senza dubbio spiacevole per il presidente russo; chi ha ridacchiato per la reazione di Putin alle domande dei giornalisti americani; coloro che hanno sghignazzato e applaudito con entusiasmo quando Putin ha usato la questione di Ksenia Sobchak come un scherzo di successo, rispetto a Navalny e Saakashvili, o quando ha parlato di Saakashvili, o semplicemente quando ha descritto i suoi successi su tutti i fronti.

La stampa russa è intrinsecamente povera culturalmente o legata a matrici politiche che ne costipano l’ideazione e la terzietà. La stampa russa è provincialissima, esalta l’aneddotica – anche politica – senza vedere il quadro generale della Russia, che sta in Europa, che è nel Mondo. Quel che è peggio, la stampa russa (e il giornalismo televisivo, di gran lunga peggiore) decidono quando piangere, quando ridere, quando interessarsi ai “vacanzieri”, quando alle “bombe”, quando al Cremlino, quanto indignarsi per quel delitto, quanto presto dimenticare quell’altro, sempre ancillare alla rincorsa del lettore, del click, e quindi della sua ignoranza. È un circolo vizioso: gente ignorante induce il giornalismo a essere approssimativo ed emotivo, e questo giornalismo di scarsa professionalità conserva e alimenta l’ignoranza dei suoi lettori. Naturalmente ci sono eccezioni: qualche giornale di nicchia, qualche giornalista che sopravvive, col suo rigore e indipendenza, alle pressioni di questo ambiente pressapochista. Sì, ci sono ottime eccezioni, sia sulla carta stampata che in televisione, ma non possiamo pretendere che ogni persona abbia il tempo, la pazienza e il senso critico per confrontare, comparare, discernere.

Ma il pessimo giornalismo vive nella debole democrazia. Nell’ignoranza funzionale dei suoi lettori. Nella passionalità faziosa che non riesce a riflettere, e che indebolisce ancor più la democrazia.
Un guru della televisione, una volta ha espresso una mia regola non scritta dei giornalisti di epoca sovietica: “Non si può criticare – Non criticare, ma non vantarti. Non puoi non lodare – loda, ma non leccare il ​​culo. Non puoi non leccare – lecca, ma non leccare”

La differenza tra coloro ai quali mi rivolsi sei anni fa, e coloro che hanno agito come comparse nel talk show di pochi giorni fa, in particolare i giovani, esperti ed esteriormente bei ragazzi, è che a quanto pare non si sono resi conto che hanno “leccato”. Ecco perché ora non interpello più nessuno per niente. È inutile parlare di solidarietà giornalistica o di etica, e fare appello a coloro che non sanno quello che fanno. Inoltre, non hanno nemmeno nulla da dare. Perché si sveglino servirà una sveglia più seria di una parola. Prima o poi, suonerà.

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