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18 settembre 2018

Mosca spera che gli europei “superino l’inerzia del pensiero” | Russia


Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha invitato l’Unione europea a smettere d’interpellare i paesi russofobi per instaurare i rapporti con Mosca, ha segnalato il quotidiano cipriota Simerini, come riportato da RIA Novosti.

“È ovvio che l’Unione europea sotto la pressione della spirale delle sanzioni degli Stati Uniti ha causato gravi danni alle relazioni tra i nostri paesi. Apprezziamo la posizione di Cipro che è sinonimo di normalizzazione delle relazioni Russia-UE. Il recupero di un ampio dialogo tra la Russia e l’UE sono stati discussi dai presidenti Vladimir Putin e Nicos Anastasiades durante l’incontro a Mosca nell’ottobre di quest’anno”, ha sostenuto Lavrov.

Il ministro russo ha spiegato d’essere a conoscenza dell’insoddisfazione di questa situazione da parte dei circoli politici ed economici dell’UE.
“Mosca si augura che l’UE superi l’inerzia del pensiero, trovi la forza di rinunciare a costruire le relazioni con la politica russa basate sul principio del “minimo comune denominatore” – cessi d’essere guidata da un piccolo, ma aggressivo gruppo di paesi russofobi che giocano la carta anti-russa per risolvere i loro egoistici compiti”, ha puntualizzato Lavrov.

Sergei Lavrov vede “Russofobia” ovunque.
Le accuse che Mosca sta fornendo armi ai talebani sono “russofobiche”. Le accuse che la Russia sta interferendo nelle elezioni occidentali sono “russofobiche”. Chi sostiene che il Cremlino sta cercando di minare l’Unione europea, indovinato? “Russofobico”.
E non è solo Lavrov.
Il deputato del Consiglio della Federazione Russa Aleksei Pushkov, ex presidente della commissione per gli affari esteri della Duma di Stato, ha affermato che la “russofobia” è diventata la politica ufficiale degli Stati baltici e dell’Ucraina.
La televisione di stato russa ha spiegato che le accuse di corruzione contro l’ex capo della FIFA, Sepp Blatter derivavano dalla “russofobia” americana.
E il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, ha accusato la Lituania di “russofobia isterica”.

Questa lista può andare avanti e avanti, ma, si è capito il punto?
Infatti, dal 2013 al 2105, i riferimenti alla russofobia nei media russi sono triplicati, secondo un sondaggio dello scorso anno del giornalista Fabrice Deprez.
E con tutta questa “russofobia-mania” non si può fare a meno di chiedersi: da dove deriva questo termine? Quali sono le sue origini? Quando è stato usato per la prima volta? Cosa definisce? Come si è evoluto?
E la risposta in realtà, è piuttosto interessante – e abbastanza rivelatrice.

Coniato da un poeta slavofilo del XIX secolo, riportato in vita e reso popolare da un nazionalista dissidente dell’era sovietica, il termine da allora è stato trasformato in una potente arma dell’attuale arsenale retorico del Cremlino – principalmente si è diffuso come scredito alle critiche al regime di Vladimir Putin. Più sottilmente, però, è usato per sottolineare un senso di eccezionalità russa, suggerendo, in effetti, che la Russia non ha solo una particolare cultura, ma che è un nazione sotto costante attacco.

“La russofobia aiuta Mosca a rafforzare la sua immagine di “fortezza assediata” e “umiliata”, scrive Givi Gigitashvili dell’Istituto lettone per gli affari internazionali.
In effetti, in un articolo del 2013, lo storico russo Oleg Nemensky paragonava la “russofobia” contemporanea all’antisemitismo e sosteneva che costituisse una “completa ideologia”.
Il nonno del termine russofobia è il poeta e diplomatico slavo del XIX secolo, Fyodor Tyutchev, che è molto famoso per l’espressione “La Russia non può essere compresa solo con la mente”.

Più che un poeta e un diplomatico, Tyutchev era anche un po’ un ideologo ed è stato influente nelle corti di Zar Nicola I e Alessandro II.
Era profondamente preoccupato per l’unità slava e l’impero russo che sostenevano i valori tradizionali cristiani e monarchici in un momento in cui in Europa c’erano rapidi cambiamenti politici.
Tyutchev collaborò anche a stretto contatto con il Terzo Dipartimento dello Zar, in effetti la polizia segreta del tempo, fece pressione per instaurare in Europa un’operazione di contropropaganda russa, e nel 1858 fu nominato presidente del Comitato per la censura straniera.

Però, è stato in una lettera a sua sorella Anna nel settembre del 1867 – una corrispondenza originariamente scritta in francese – che Tyutchev si è lamentato del “fenomeno moderno che diventa sempre più patologico – la russofobia di alcuni russi, che a proposito sono altamente rispettati”.
Tyutchev coniò il termine “russofobia” in un periodo in cui, all’indomani delle rivoluzioni del 1848, i liberali e i nazionalisti stavano sfidando le monarchie imperiali dell’Europa e nell’aria c’era il cambiamento politico. È stato anche il periodo in cui la lotta della Polonia per l’indipendenza dall’impero russo stava diventando sempre più assertiva, portando Tyutchev a definire i polacchi “il Giuda degli slavi”.
In un articolo del 2015, Aleksandr Shirinyants e Anna Myrikova hanno riportato che per Tyutchev, la russofobia era strettamente legata allo “elemento polacco”: i polacchi indipendentisti e i liberali russi che sostenevano le loro aspirazioni.

Allo stesso modo, Jolanta Darczewska e Piotr Zochowski del Centro per gli Studi dell’Est, con sede a Varsavia, hanno scritto che il termine “intendeva sostenere il discorso imperiale e civile del tempo russo”, aggiungendo che “Tyutchev ha fatto un chiaro collegamento tra Russofobia e questione polacca e la lotta del popolo polacco contro l’impero”.
Ma, anche se Tyutchev potrebbe essere stato il primo a coniare il termine russofobia, in realtà non ha preso piede nel lessico russo. Durante il periodo sovietico esso è in gran parte scomparso dal discorso pubblico, sebbene apparisse in alcuni dizionari dell’era di Stalin.

Il termine riemerse, tuttavia, negli anni ’80 e assunse un caratteristico carattere antisemita quando il famoso matematico e dissidente nazionalista Igor Shafarevich pubblicò un lungo saggio samizdat [trad. – edito in proprio] intitolato “Russofobia”. Essenzialmente si tratta di una polemica contro i dissidenti filo-occidentali, in cui l’autore accusa gli intellettuali ebrei dell’Unione Sovietica di essere motivati ​​per odiare la Russia.
Attingendo dal lavoro dello storico francese Augustin Cochin, Shafarevich ha sostenuto che una “piccola nazione” può spesso distruggere una “grande nazione” che la ospita, individuando nella prima la popolazione ebraica dell’Unione Sovietica.

Nel saggio, che successivamente è diventato un libro, Shafarevich ha assalito gli “ebrei che stanno portando avanti una politica russofobica”.
“L’odio per una nazione – ha scritto – è di solito associato ad un accresciuto senso della propria appartenenza ad un’altro paese: non è forse questo il motivo per cui i nostri “autori” nei loro sentimenti nazionali sono sotto l’influenza di una sorta di potente forza radicata? “.

Il saggio e il libro di Shafarevich sono stati molto controversi e hanno portato l’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti ad imporgli le dimissioni da associato straniero; ma trasformarono Shafarevich in un eroe tra gli estremisti nazionalisti russi, che si stavano affermando mentre imperversavano le politiche di glasnost e la perestrojka di Mikhail Gorbaciov. Hanno anche saldamente incorporato il termine russofobia nel lessico moderno russo, dove da allora rimane.
Quindi la russofobia è stata un’accusa indirizzata contro i polacchi dalla mentalità indipendentista della fine del 19° secolo e i dissidenti filo-occidentali del tardo 20° secolo.
Ma è stato il regime di Putin ad allargare a macchia il termine russofobia all’inizio del XXI secolo.

Il Cremlino ha usato l’espressione per stigmatizzare le critiche nei confronti dei diritti umani della Russia, per criticare le indagini sul riciclaggio di denaro russo e per discutere contro l’allargamento della NATO e dell’Unione europea.
Ma come notano Jolanta Darczewska e Piotr Zochowski, l’uso dell’arma russofobia da parte del Cremlino illustra “la rivalità di due modelli culturali e di civiltà, così come il conflitto tra due sistemi di valori, quelli dell’Est e quelli dell’Occidente”.

“La lotta contro la russofobia – hanno aggiunto – ha giustificato questa schematica divisione del mondo e, stigmatizzando quegli individui e quegli stati che erano considerati ideologicamente alieni, ha mobilitato la società russa di fronte a queste presunte minacce”.

Ma nel fare ciò, il giornalista moscovita James Kovpak, sostiene che il Cremlino di Putin ha anche inavvertitamente manifestato la sua profonda paura del proprio popolo – la sua stessa russofobia.
“Cosa c’è di più russofobo? – si chiede Kovpak – Dire che il governo russo non tratta la sua gente con la dignità che merita, o, insistere sul fatto che i russi non possono raggiungere un minimo di diritti umani e dignità, che non possono gestire un poca della loro libertà, valori che i patrioti stessi dichiarano insignificanti o illusori?”.

“Quale più chiaro esempio di russofobia può esserci se non affermare che i russi sono arretrati selvaggi che non possono mantenere una società di norme democratiche, un pluralismo nel discorso politico e uno stato di diritto?”.

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