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23 giugno 2018

Una guerra troppo spesso dimenticata | Ucraina


Il fragore del fuoco dei cannoni si ode più lontano, ma a Krasnohorivka la guerra continua a perseguitare i suoi pochi abitanti rimasti. Le storie degli ultimi residenti sono quelle di soldati che corrono in tutte le direzioni, di carri armati fumanti, detonazioni senza fine, notti trascorse nel seminterrato dei loro edifici, case in fiamme.

Non c’è da meravigliarsi se così tanti cittadini di questo villaggio, sul lato ucraino della prima linea, se ne sono andati. Dopo oltre tre anni di conflitto, ci vivono solo circa 100 persone – un terzo della popolazione prebellica. Le poche strade sterrate percorribili sono adornate d’enormi buche contenenti frammenti di bombe. Un edificio che prima della guerra doveva essere una scuola è l’unica connessione che ancora esiste con la vita reale.

Prima che iniziassero i combattimenti, la maggior parte degli abitanti di Krasnohorivka lavorava a Donetsk, la città principale nella regione del Donbas in Ucraina orientale, ora controllata dalle forze ibride russe e quindi inaccessibile. Yulia, 35 anni, si sofferma sugli incubi che lei e la sua famiglia devono sopportare. “Il padre è terrorizzato, se succede qualcosa di imprevisto inizia a gridare: “Corri in cantina!”. A volte il figlio di 10 anni urla nel sonno, poi si sveglia e si nasconde dove capita. Il senso di panico non lo ha mai abbandonato.

I principali servizi pubblici sono spariti. A nord di Donetsk, ad Avdiivka, dove si stanno svolgendo la maggior parte dei combattimenti, un recente attacco ha rovinato un gasdotto e manca ogni minima speranza di ripristinare rapidamente il riscaldamento. “Centinaia di migliaia di persone rischiano di passare l’inverno senza acqua o riscaldamento mentre le temperature possono scendere fino a -20 gradi Celsius”, ha avvertito un gruppo di ONG alla fine di novembre.

L’economia locale è a brandelli, lasciando quelli che non sono stati in grado di fuggire – stimati circa 4 milioni di persone – sempre più indigenti. Da quando è iniziata, nella primavera del 2014, la guerra nel Donbass ha ucciso più di 10.300 persone. Quest’anno, il ritmo delle morti e degli infortuni è diminuito, anche se le violazioni del cessate il fuoco si verificano quotidianamente. Dieci giorni prima del nostro arrivo, erano stati uccisi due soldati ucraini e altri 17 feriti; ma le autorità ribelli pubblicano solo statistiche civili (un morto e cinque feriti nello stesso periodo).

“Ci sono ancora morti ma nessuno ne parla più – spiega Mathias Eick, il portavoce di ECHO, il programma di aiuti umanitari della Commissione europea.
Da diversi mesi, le “autorità delle due Repubbliche Popolari di Donestk e Lugansk” stanno rifiutando l’accreditamento ai giornalisti occidentali e, nel 2015, hanno espulso le principali ONG straniere. L’oligarca e magnate dell’acciaio del Donbass, Rinat Akhmetov, che stava aiutando circa 100.000 persone, ha dovuto chiudere il suo fondo umanitario per paura che gli “sequestrassero” i suoi beni. Oggi, le due Repubbliche autoproclamate “non potrebbero vivere senza gli aiuti umanitari provenienti dalla Russia”, ha sostenuto Alain Aeschlimann, il capo del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) in Ucraina, una delle pochissime organizzazioni internazionali che lavorano su entrambi i lati della linea del fronte.

Enormi camion bianchi con l’aquila russa continuano ad attraversare il confine da est a ovest, anche se con frequenza irregolare, ma nessuno sa quali ne siano i contenuti. “Le persone locali hanno sviluppato una certa forma di resilienza, ma non so per quanto tempo potranno sopportare tutto questo”, ha affermato il funzionario dell’ICRC.

Per raggiungere la clinica mobile istituita dalla ONG, Doctors of the World, a Zolotoe, un villaggio che da metà novembre sta sperimentando un’ondata di tensione, a volte ai pazienti necessita un giorno intero. Si recano presso la clinica sia per trovare un poco di comfort quanto per medicine. “Se sono ancora viva oggi, lo devo al caso”, ha proferito Tatiana di 44 anni, prima di scoppiare in lacrime. Vive vicino al fronte, in una casa nella foresta con un figlio asmatico.

In un corridoio, uno psicologo – una professione che prima della guerra era sostanzialmente inutile – offre consigli a uomini e donne stupefatti: “non guardare i programmi televisivi che riportano notizie prima di andare a dormire, controlla la pressione sanguigna ogni giorno”, ecc.

Estenuati da tre anni di costante stress, i civili che sono più in contatto con i combattimenti non si preoccupano più di come o perché sono iniziati, o a chi si deve addossare la responsabilità. Capiscono solo come il conflitto sta influendo sulle scorte alimentari e sulla loro salute. “La gente si è abituata – ha espresso Valery Konovalov, il direttore di un impianto di distribuzione dell’acqua gravemente danneggiato ad Avdiivka – Continuano a lavorare nonostante le sparatorie e le esplosioni”.

L’unico collegamento tangibile che collega i cosiddetti ucraini orientali al loro paese è la pensione di vecchiaia dello stato. Secondo una legge ritenuta preoccupante dagli sponsor europei del paese, Kyiv, per poter erogare la pensione il 20 di ogni mese, richiede ai cittadini di dimostrare che vivono a ovest della linea del fronte. Per verificare le informazioni, i funzionari ucraini effettuano visite a sorpresa e così molte persone devono spostarsi avanti e indietro.

Ogni giorno molti abitanti del confine si riuniscono al posto di frontiera di Mayorsk, il principale punto di passaggio tra i due territori. L’anno scorso sono state contate 1,1 milioni di persone; a volte nei periodi estivi, rischiano di dover aspettare otto ore prima di poter attraversare.

Dalla fine di ottobre, al problema cronico degli ingorghi se n’è aggiunto un’altro. In uno spettacolo di fedeltà al Cremlino, le due Repubbliche hanno tarato gli orologi con il fuso orario di Mosca. Nel frattempo, a ovest del confine, il periodo di tempo in cui il checkpoint è aperto ogni giorno, è stato spostato indietro di un’ora, per motivi di sicurezza. Sotto la copertura dell’oscurità, le due parti in guerra riprendono a sparare quasi di routine, senza che gli osservatori dell’OSCE siano in grado di identificare quale parte ha violato per prima la tregua.
“Benedico mia figlia d’essere emigrata in Germania e d’essere riuscita a sfuggire a tutto questo – sospira Tamara – Qui, non sta cambiando nulla”. Con i suoi 60 anni la donna vive ufficialmente con sua sorella ad ovest della prima linea; ma in effetti, vive a est, a Gorlivka – da sola, sostiene, con i suoi gatti e il suo pesce. “Non parlo con nessuno laggiù” aggiunge Tamara prima di precipitarsi su un minibus con la sua magrissima pensione.

Per migliorare la situazione, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati – UNHCR – ha finanziato la costruzione di un checkpoint aggiuntivo a Mayorsk, controllato dall’organizzazione. Ma in tal modo, l’agenzia è stata accusata di convalidare la separazione del territorio, che è contrario agli accordi di Minsk firmati nel febbraio 2015.

“In effetti, il conflitto è congelato e questa situazione giova a tutti”, spiega un operatore umanitario in prima linea. L’uomo prosegue sostenendo che il governo ucraino “discrimina la propria popolazione” imponendo restrizioni amministrative agli ucraini che vivono a est.

Ufficialmente, lo scopo di queste misure è incoraggiare le persone a fuggire verso ovest e quindi indebolire indirettamente i territori orientali. Ma la loro applicazione è stata caotica e ha aperto la strada alla corruzione dilagante. Nel frattempo, Mosca sta lanciando un’offensiva diplomatica volta a schierare la propria idea di forze di pace internazionali nella regione, ma la portata del loro mandato vede i russi e gli occidentali contrapporsi al Consiglio di sicurezza dell’ONU.

“L’unico modo per far evolvere la situazione è di permettere alle forze di pace di pattugliare il confine tra la Russia e i territori occupati”, afferma Igor Sarudnev, l’ufficiale ucraino che supervisiona il checkpoint di Mayorsk. Ma Mosca ha respinto questa prospettiva. Più recentemente, Vladimir Putin ha promesso di esercitare la sua “influenza” sui leader ribelli per facilitare uno scambio di prigionieri.

“I russi stanno cercando di stabilizzare il conflitto, ma senza cambiare lo status quo”, sottolinea Georgiy Tuka, il vice ministro ucraino per i rifugiati. Il politico critica le giustificazioni di residenza imposte dal suo stesso governo agli ucraini orientali; ma sembra che la sua voce a Kyiv sia ben poco udibile.

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