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23 giugno 2018

Una Russia occidentalizzata? | Russia-Occidente


Negli ultimi anni i giudizi occidentali sugli affari interni ed esteri russi sono diventati sempre più foschi; il discorso pessimistico (a cui anch’io ho contribuito) presenta tra gli argomenti i piani neo-imperiali di Putin per l’area post-sovietica; una varietà dell’ultra nazionalismo russo post-sovietico; la fragilità della zona grigia geopolitica tra il Cremlino da un lato e la NATO dall’altro; l’attività sovversiva di Mosca alle basi del regime mondiale di non proliferazione nucleare (con gli attacchi russi contro uno stato libero da armi nucleari, l’Ucraina); lo scenario catastrofico provocato su vasta scala dai russi; la guerra ucraina; le gravi ripercussioni di una nuova escalation per tutta l’Europa centro-orientale; la continua ingenuità occidentale riguardo alle origini, alla natura, al funzionamento e agli scopi dell’attuale regime a Mosca.

Per essere onesti, argomenti come precedentemente elencati, devono ancora essere affrontati e portati avanti, perché nel mondo dei mass media occidentali non sono ancora stati sufficientemente compresi, tuttavia si potrebbe sviluppare parallelamente un approccio diverso di come intravedere il futuro della Russia; almeno perché ciò lo potrebbe suggerire la storia recente e le conseguenze della fine della Guerra Fredda.
Nel 1991, l’improvviso crollo dell’Unione Sovietica ha portato una casuale opportunità per dare origine ad un ordine economico e di sicurezza europeo completo, cooperativo e stabile. Uno dei motivi per cui questa fortunata occasione è sfuggita di mano è che la comunità di esperti occidentale dell’Europa orientale – anche se la perestroika di Mikhail Gorbaciov si stava lentamente trasformando in una rivoluzione su vasta scala – non aveva previsto un simile evento. La maggior parte degli osservatori ha continuato a concentrarsi sulle restanti imperfezioni dell’URSS, anche quando lo stato sovietico non esisteva più.

Prima dell’evento, l’Occidente non aveva un piano coerente per una situazione in cui c’era la scomparsa del regime comunista russo, e che una “nuova Russia indipendente” avrebbe potuto intraprendere la strada verso una graduale occidentalizzazione. Di conseguenza, durante gli anni ’90, le politiche occidentali verso Mosca sono state formulate di volta in volta ad hoc, senza nessuna coordinazione tra gli attori coinvolti, e senza una chiara visione di come avrebbe dovuto, o potuto, essere la futura struttura dell’Europa orientale.

È vero che i vari passi verso un riavvicinamento alla Russia e la cooperazione con i nuovi Stati indipendenti (ex sovietici) sono stati presi da questo o quel governo nazionale occidentale e organizzazione internazionale, come il Fondo monetario internazionale, il G7, il Consiglio d’Europa o la NATO. Tuttavia, quasi tutti nutrivano poco apprezzamento dell’unicità dell’opportunità storica mondiale che avevano sul tavolo e dell’enorme posta in gioco che, se ben sfruttata, avrebbe potuto portare. E, invece d’essere guidati dalla sensibilità storica, strategia coerente e da una accattivante teleologia, gli approcci occidentali verso il mondo post-sovietico sono stati caratterizzati da spontaneità, compiacimento ed esitazione. Gli approcci più sostenuti, come i partenariati strategici e di modernizzazione dell’UE con la Russia, sono stati introdotti solo dopo che aveva cominciato a prendere forma il “sistema Putin” – quando era già troppo tardi. Ora stiamo pagando il prezzo di questa grave omissione geopolitica di Bruxelles, Berlino e Washington.

Oggi, ci sono ragioni per credere che prima o poi l’opportunità prima accaduta si possa ripresentare, ed è giusto che l’Occidente si prepari per una svolta ottimistica degli eventi. Un’agenda con una Russia post-putinista potrebbe diventare essa stessa un fattore di realizzazione e allontanare l’Occidente dalla stabile ripetizione degli scenari del giorno del giudizio. Perché una profezia si avveri deve essere prima espressa, o per essere d’accordo con Ernst Jünger: “Esser profeta significa conoscere ben più che il futuro: il più profondo presente”.
Un quadro di come una futura Russia non imperialista e democratica potrebbe gradualmente essere integrata nella comunità degli stati occidentali potrebbe diventare uno strumento di aiuto per i democratici russi, i diplomatici europei, i politici occidentali e la società civile internazionale.

Eppure, in Occidente, finora c’è poco da pensare su una Russia completamente diversa e su come portarla a cambiare. Come negli anni ’80, il passato recente deve essere visto come la guida principale e persino analiticamente corretto per il futuro. Qualsiasi cosa che sia al di là della semplice estrapolazione del presente o di qualche previsione futura ancora più cupa appare come un sognare ad occhi aperti.

Il regime di Putin, così come i suoi tamburini dentro e fuori dalla Russia, stanno già organizzando questa agenda: tutto quello che possiamo ottenere da Mosca, quindi la trama, è sia un riparo che un confronto. Nel peggiore dei casi, al posto dell’attuale aggressiva cleptocrazia, potrebbe esserci dietro alle quinte una ancora più pericolosa ideocrazia fascista. La proiezione dell’intransigenza e dell’imprevedibilità del potere del Cremlino sta trovando terreno fertile nella cultura analitica occidentale caratterizzata da prudenza, scetticismo e pessimismo.

Eppure, nelle relazioni russo-occidentali quanto è probabile una continuazione o un’escalation, piuttosto che il rilassamento o la dissipazione delle attuali tensioni?
Perché potrebbe riaprirsi una nuova finestra di opportunità?

Per essere sinceri, i rapporti di Mosca con l’Occidente dovrebbero peggiorare prima di migliorare. Prima che alla fine si autodistrugga, l’inviolabile ordine cleptocratico russo potrebbe attraversare grandi convulsioni e un periodo molto rischioso per tutte le persone coinvolte, forse persino per l’intera umanità. Tuttavia, è probabile che prima o poi la Russia si volga di nuovo verso l’Occidente e sia pronta non solo per la ripresa del corso pre-Putin, potrebbe persino emergere la possibilità di un avvio dell’integrazione totale della Russia nelle strutture economiche e di sicurezza occidentali. Un tale cambiamento di eventi non solo potrebbe significare una seconda opportunità per creare una “casa comune europea”, come una volta prospettata da Gorbaciov; ma la prospettiva stessa di una così fondamentale ridefinizione delle relazioni russo-occidentali e la trascendenza dell’attuale divisione dell’Europa attraverso la progressiva inclusione della Russia in Occidente può e deve essere considerata essa stessa come uno strumento per realizzare quel futuro.

Nei prossimi anni, la fondamentale sfida per la continua esistenza del regime kleptocratico e internazionalmente aggressivo della Russia è una combinazione tossica di due tendenze, che persino un’attenta e strutturata leadership al Cremlino potrebbe non essere in grado di gestire contemporaneamente. Innanzitutto, a meno che il prezzo del greggio non si riprenda, la non competitività e la sottoperformance dell’attuale ordine socio-economico russo diventeranno sempre più evidenti. Con ogni anno che passa la torta da dividere tra i vari “cercatori di affitti” russi diventerà sempre più piccola. La contemporanea perdita del dinamismo economico, del peso internazionale e dell’influenza straniera per l’élite russa diventerà sempre più visibile e deprimente. L’Unione economica eurasiatica potrebbe diventare irrilevante o addirittura crollare. L’onere finanziario di sostenere i vari territori e regimi satellitari annessi formalmente o informalmente potrebbero diventare insopportabili.

A meno che un’importante potenza economica non occidentale, come il Giappone o la Cina, non inizino a percepire la Russia non solo come un partner commerciale, ma come un intimo amico da sostenere e da integrare attivamente, la mancanza di prospettive economiche del paese diventerà sempre più evidente.
Certo, un governante risoluto, carismatico e largamente accettato può essere in grado di compensare – per un lungo periodo di tempo – i vari problemi che questo crea per la stabilità dell’attuale politica russa. Eppure, per ragioni biologiche, costituzionali e politiche, non è del tutto chiaro per quanto tempo Putin sarà in grado di fornire tale leadership, e se il suo regime patronazionale potrà organizzare un trasferimento ordinato di potere a un idoneo successore. Fino al 2024, la fine del quarto mandato di Putin come presidente, la questione della leadership potrebbe non essere ancora urgente; ma già oggi, la domanda che tutti nel sistema clientelistico russo si stanno ponendo è: cosa succederà dopo?

Certamente Putin nel 2024, potrà “accomodare” al suo posto un detentore del posto, come ha fatto con Dmitry Medvedev, che è stato il suo reggente palliativo nel 2008-2012. Tuttavia, le possibilità che nel 2030 Putin arrivi ad essere il nuovo leader all’età di 77 anni non sono molto chiare. La Russia, nella sua incarnazione sovietica, durante il dominio di Leonid Breznev, Konstantin Chernenko e Yuri Andropov tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 aveva già sperimentato una gerontocrazia, e il popolo russo sa troppo bene che cosa alla fine ha portato la regola dei vecchi.

Pertanto, il probabile cambiamento nell’ufficio presidenziale nel 2024 (o prima) potrebbe – da molti all’interno della leadership russa – essere già considerato come piuttosto consequenziale. Il presidente che sarà nominato dopo la quarta legislatura di Putin potrebbe anche essere il suo successore a lungo termine come il vero futuro leader della Russia. Con Putin, che probabilmente inizierà la sua graduale partenza dalla politica già nel 2024 – se non prima – la posta in gioco di questo profondo cambiamento sarà maggiore del trasferimento della presidenza a Medvedev nel 2008.

A Mosca, tali calcoli e speculazioni sono probabilmente fatti da molti detentori di potere, privilegi e proprietà; probabilmente, ancor di più degli osservatori occidentali, che si chiedono che cosa si stia pian piano avvicinando con la partenza di Putin per il loro futuro e la sicurezza, e come dovrebbero comportarsi per sopravvivere a questo cambiamento – sia metaforicamente che letteralmente. L’arresto e l’imprigionamento del ministro dello Sviluppo economico, Aleksei Ulyukaev nel novembre 2016, ha aumentato la posta in gioco della prossima successione alla leadership, e ha trasformato la questione di chi sarà il prossimo sovrano della Russia, e di quanto stabile sarà questo nuovo regime, in una questione esistenziale anche per i membri della cerchia ristretta di Putin.

Tutto ciò, tra le varie fazioni dell’élite russa sta già creando una volatilità nel sistema, una tendenza che probabilmente aumenterà e che potrebbe trasformarsi in un serio conflitto potenzialmente democratizzante. Una facile successione da Putin a un nuovo leader e la conservazione dell’attuale ordine autoritario forse potrebbero essere possibili in condizioni di sviluppo socio-economico dinamico, come quelli che la Russia stava vivendo nei primi anni 2000. Eppure, la simultaneità della stagnazione economica e la transizione politica epocale rende difficile il compito di sostituire l’attuale leader carismatico – senza elezioni democratiche significative ed aperte – con una figura alternativa sufficientemente accettata. L’accumulo delle ripercussioni degli errori del passato da parte della leadership russa, come la sparatoria accidentale all’aereo passeggeri malese in Ucraina orientale nel luglio 2014, o gli effetti dei futuri errori di un Cremlino sempre più angosciato da varie pressioni all’interno e all’esterno della Russia, come le nuove misure sanzionatorie da parte degli Stati Uniti, potrebbero aumentare ulteriormente la velocità di declino dell’attuale regime.

Quello che prima o poi provocherà internazionalmente la destabilizzazione del regime politico russo è difficile da prevedere. Con un nuovo leader o un peggioramento della situazione, la maggior parte degli analisti tende a prevedere una elevata continuità e ricostituzione dell’ordine attuale, ad esempio un’ulteriore radicalizzazione e persino fascistizzazione dell’attuale sistema. Tuttavia, entrambi questi scenari lascerebbero in essere le attuali contraddizioni e imperfezioni socio-economiche russe o le renderanno ancora più salienti, ad esempio, con l’intensificarsi della guerra commerciale con l’Occidente. Considerata l’inclusiva partecipazione della Russia nell’economia mondiale, l’incapacità di diventare autarchica e il mantenimento di stretti legami economici con l’Occidente, un corso o un cambio di regime a Mosca potrebbe quindi portare a un rinnovo del riavvicinamento con l’Occidente iniziato alla fine degli anni ’80. Sebbene non sia ancora chiaro come e quando esattamente una svolta filo-occidentale russa si possa verificare – almeno, a lungo termine, se non già nel futuro a medio termine – non è improbabile. Sia l’indisponibilità di altre opzioni geoeconomiche sostenibili, sia l’affinità culturale della maggior parte dei russi con le tradizioni europee, prima o poi spingeranno il Cremlino nelle braccia dell’occidente. Una volta che ciò accadrà, l’Occidente dovrebbe – a differenza del 1991 – avere già nel cassetto un piano d’azione completo.

Come l’Occidente potrebbe favorire una Russia filo-occidentale?
Una pre-condizione cruciale per la riconciliazione russo-occidentale sarà il disimpegno russo dalle sue varie avventure espansionistiche nell’Europa orientale e nel Caucaso meridionale (così come la sua cooperazione in altre regioni del mondo, come in Medio Oriente). Il Cremlino dovrebbe abolire i suoi regimi proxy in Transnistria, Abkhazia, Ossezia del Sud e Bacino del Donets e invertire l’annessione della penisola di Crimea – il problema è il più spinoso. La ridefinizione di una Russia come uno stato-nazione democratico liberale e territorialmente saturo, piuttosto che un potere anti-occidentale imperialista e paranoico, dovrebbe partire dall’interno; eppure, per avere successo potrebbe, dovrebbe e sarebbe necessario sostenerla anche dall’esterno.

In particolare, l’UE e gli USA potrebbero indicare ai russi i vantaggi che potrebbero ottenere rinunciando alle loro affermazioni irredentiste. L’Occidente dovrebbe quindi già ora annunciare un’agenda globale per un’associazione di lunga data con una parziale incorporazione della Russia, che va ben oltre il semplice ripristino dei precedenti schemi di cooperazione sotto gli ex presidenti russi Boris Eltsin e Medvedev. Tale piano potrebbe essere parte di un pacchetto più ampio per un nuovo tipo di partnership che collega il ritiro delle truppe regolari russe e delle unità irregolari (agenti, mercenari, volontari, avventurieri e altri) dai territori attualmente occupati, da una parte, con un’offerta di graduale integrazione occidentale che affronta le questioni umanitarie, economiche e di sicurezza, dall’altra.

La Russia ri-democratizzata e post-imperiale potrebbe non solo rientrare di nuovo nel G7 trasformandolo nuovamente nel G8, ripristinare i suoi partenariati strategici e di modernizzazione con l’UE, ristabilire il suo consiglio congiunto con la NATO e riprendere i negoziati di adesione all’OCSE interrotti nel 2014. Gli attuali progetti dell’UE nell’ambito dell’iniziativa del partenariato orientale (EaP), potrebbero diventare modelli per un’affiliazione più intensa e più profonda tra Bruxelles e Mosca. A seconda che l’Unione economica eurasiatica (UEE) sopravviva o meno, l’UE potrebbe proporre allo Stato russo da solo o a tutti i membri dell’EE un certo numero di schemi di integrazione parziale che li includano in un’Europa ampliata e consentano loro di partecipare, in un modo o nell’altro, ai processi politici occidentali e alla vita non politica.

In particolare, le versioni modificate dei piani d’azione per la liberalizzazione dei visti e gli accordi di associazione che negli ultimi anni ha attuato l’UE con l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia potrebbero essere offerti anche alla Russia e ai suoi attuali alleati. Dopo l’adozione da parte di Mosca di una serie di leggi necessarie e l’attuazione dei regolamenti preparatori, i cittadini russi potrebbero, in un primo momento, ottenere il diritto di viaggiare senza visto nello spazio Schengen. Gli Stati Uniti potrebbero considerare di offrire alla Russia, dopo un’adeguata preparazione, l’inclusione nel loro programma di esenzione dal visto e il Sistema elettronico di autorizzazione al viaggio.

La conclusione, in una seconda fase, di un Accordo di associazione tipo EaP che include una zona di libero scambio globale e approfondita (DCFTA) con Mosca potrebbe contemporaneamente fare due cose: in primo luogo, tracciare un percorso concreto per il modo in cui la Russia può gradualmente diventare parte integrante dello spazio economico e giuridico dell’UE; in secondo luogo, tale accordo ricollegherebbe l’un l’altro le economie post-sovietiche della Russia (e probabilmente di altri membri dell’Unione europea) con quelle dell’Ucraina, Georgia e Moldavia che stanno già attuando i DCFTA con l’UE. In tal modo si rivolgerebbe un punto importante alla critica riguardante l’attuale integrazione nell’UE delle associate economie del partenariato orientale, in particolare la loro progressiva separazione dai mercati tradizionali e dai partner nell’ex Unione Sovietica.

La proposta geopoliticamente più ampia che Bruxelles e Washington dovrebbero fare a Mosca è di avviare congiuntamente l’attuazione di un piano d’azione che porti la Russia verso un’adesione alla NATO come stato membro a pieno titolo. La graduale preparazione della Russia e l’eventuale inclusione nell’alleanza nord-atlantica contribuirebbe, come nel caso di un accordo di associazione dell’UE, a risolvere contemporaneamente due questioni salienti. Innanzitutto, localizzerebbe la Russia nella più potente alleanza di sicurezza del mondo e quindi aiuterà ad alleviare nell’anima collettiva russa l’angoscia storicamente radicata dell’invasione straniera – una delle principali ragioni dell’attuale instabilità della politica mondiale. In secondo luogo, cancellerebbe la lite russo-occidentale attorno ai precedenti allargamenti della NATO e la possibile adesione di altri paesi post-sovietici all’Alleanza.
L’eventuale ingresso della Russia nell’alleanza nord-atlantica potrebbe essere parte di un grande affare per l’Europa orientale e il Caucaso meridionale che combina le concessioni territoriali russe con un risoluto abbraccio occidentale di Mosca. Si potrebbe immaginare un importante atto internazionale entro il quale la NATO firmi nello stesso giorno trattati di adesione simultanei con Russia, Ucraina e Georgia (e forse anche altri paesi post-sovietici), in cui l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud sono rientrate sotto il controllo ufficiale di Tbilisi come pure come la Crimea e il bacino del Donets – se continuano a rimanere occupati – sotto il controllo ufficiale di Kyiv. All’interno di tale schema, alcune delle truppe e delle agenzie russe attualmente illegali sul suolo georgiano e ucraino potrebbero persino essere in grado di rimanere nei territori dell’Ucraina e della Georgia precedentemente occupati formalmente o informalmente. Attraverso l’adesione della Russia alla NATO le due unità si trasformerebbero in strutture alleate che sostengono, piuttosto che minacciare la sicurezza georgiana e ucraina.

Nessuna questione: schemi di fantasia come questo possono ora sembrare selvagge speculazioni, se non fantasie non pericolose. Tuttavia, la costellazione geopolitica dello spazio post-sovietico è diventata insolitamente complicata. Potrebbe essere impossibile superarli senza cercare di sviluppare e attuare un piano inaudito.

Una profezia che si autoavvera?
L’utilità di una nuova agenda visionaria occidentale per “un’altra Russia” – questo è il nome di una delle principali associazioni di opposizione russe – non sarebbe solo dovuta al fatto che potrebbe essere in un modo o nell’altro possibile implementarla rapidamente, ma in Europa orientale farebbe emergere una costellazione radicalmente diversa. Oggi, sviluppare un simile piano fornirebbe uno strumento per promuovere un cambiamento al periodo post-Putinista. Uno dei motivi dell’aggressiva posizione di Mosca nella politica mondiale e nell’errata ricerca di alleati stranieri è lo stallo nato dopo l’annessione della Crimea per includere la Russia nell’arena internazionale.

Nonostante l’entusiasta promozione del Cremlino all’idea di una “multipolarità”, la Russia è economicamente troppo debole per diventare essa stessa un polo autosufficiente in un competitivo mondo multipolare e in un instabile ambiente geopolitico. La sua attuale partnership con Cina, Turchia e altre potenze non occidentali rimarrà di natura limitata in quanto occasionalmente porterà a situazioni win-win. L’affinità culturale russa e l’orientamento geopolitico verso l’Europa non resteranno solo latenti, ma prima o poi torneranno a prevalere. L’integrazione continua in Occidente dell’Ucraina e di altre repubbliche post-sovietiche diventerà un modello sempre più attraente per la Russia.

L’insostenibilità dell’ordine kleptocratico e delle politiche illiberali della Russia in patria, così come la diffusione del suo comportamento revanscista e delle posizioni neo-imperiali all’estero diverranno sempre più visibili all’élite e alla popolazione russa. Formulando e pubblicizzando una visione alternativa del futuro geopolitico della Russia, l’Occidente può aiutare ad accelerare un cambio di rotta a Mosca, e dovrebbe nel contempo prepararsi al momento in cui si raggiungerà il punto di non ritorno.

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